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Politica

“Ilary e Bastian”, se la notorietà conta più della rilevanza

Quando il vip si chiama per nome

Ilary Blasi e  Bastian Muller

«Ilary si risposa con Bastian il 13 settembre». A colpirci non è stata la notizia in sè, riportata ieri in prima pagina sul Corriere della Sera. Quanto piuttosto che per raccontarla (anche) sul primo quotidiano nazionale, bastassero i nomi di battesimo dei protagonisti.

La soubrette ex moglie di Totti e il suo imponente boy friend tedesco del quale peraltro ci sfuggono sempre, o quantomeno non ci rimangono impressi, professione e origini. Anche loro, naturalmente, posseggono dei cognomi: Blasi e Müller. E se fossimo in un’epoca in cui tutto non si è ancora ribaltato, per identificarli ci sarebbe bisogno di usarli. Invece no. Perché oggi la notorietà viene prima della rilevanza.

Una volta essere semplicemente Mike, Corrado, Raffaella, Pippo o Mina era il risultato di una carriera. Il nome di battesimo diventava quasi un marchio ma dietro c’era una familiarità costruita nel tempo che poggiava su un talento fuori dal comune, sul fatto di essere i migliori nel proprio campo, su primati oggettivi. Ora si è rovesciato il rapporto: non è più il successo a rendere familiare il nome, è la familiarità mediatica a produrre l’illusione di una straordinarietà. Ieri ti guadagnavi il diritto di essere chiamato per nome, oggi ti basta essere abbastanza esposto.

Intendiamoci, Ilary (Blasi) una carriera ce l’ha. Ma forse è servito di più il documentario di Netflix nel quale la showgirl ha mostrato la sua cabina armadio, raccontato di corna vere o presunte, smentito la pruriginosità di un caffè consumato in compagnia di un personal trainer romano, svelato di borse di Hermes nascoste nei controsoffitti.

È questo, probabilmente, ciò per cui il pubblico ha deciso che per riconoscerla gli sarebbe bastato il nome. Questa «intimità artificiale» che li ha illusi di averla vicina quanto una parente, di sapere tutto di lei, di essere parte del suo mondo. Tanto che ormai, per estensione, perfino Bastian funziona come personaggio autonomo pur avendo una notorietà che deriva in larga parte (se non del tutto) dal fatto di avere una relazione con Blasi.

Perché ormai la notorietà è «narrativa»: non importa cosa fai, importa che la tua vita generi una storia che possa essere raccontata. È una delle grandi magie dei social (e della tv contemporanea): trasformare la familiarità in prestigio. La celebrità si è talmente abbassata (confessi chi conosce i partecipanti delle edizioni vip di qualsiasi programma), che ormai il nome proprio è diventato il premio di partecipazione della fama. Era un punto di arrivo, ora è quello di partenza. Prima veniva la grandezza, poi la confidenza. Ora è il contrario. Basta essere chiamato per nome per sembrare qualcuno.

La fama ha smesso di essere la conseguenza della grandezza e il nome proprio è diventato il suo surrogato. Chissà cosa direbbe Emmanuel Lévinas che aveva scelto come titolo di uno dei suoi saggi «Nomi propri», appunto. Ma era per parlare di gente come Kierkegaard, Proust, Celan, Blanchot...

In ogni caso, congratulazioni agli sposi.

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