Steve Witkoff e Jared Kushner sono a Mosca e poi a Kiev. È il terzo canale americano attivato in rapida successione. Undici giorni fa il direttore della Cia John Ratcliffe era volato a Mosca. Nel mezzo, al G20 di Asheville, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva incontrato il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. Intelligence, economia e diplomazia: per qualità e quantità, l’iniziativa americana di questi giorni presenta caratteristiche nuove rispetto ai tentativi precedenti. Non è soltanto una successione di incontri. È la decisione di impiegare Witkoff e Kushner come intermediari tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, per un dialogo altrimenti impossibile. E questo mentre la guerra sembra vicina a una svolta. Il pensiero occidentale ha così tanto escluso da se stesso l’idea della guerra da trascurare il fatto che proprio la guerra cambia le carte in tavola anche alla diplomazia. Le posizioni negoziali non sono indipendenti da ciò che accade sul campo: una modifica degli equilibri militari può rendere possibili, necessarie o semplicemente convenienti soluzioni che fino a poco tempo prima non lo erano. Sotto questo punto di vista, l’anno che ci separa dal vertice di Anchorage non è passato invano. Presi singolarmente, nessuno di questi tre elementi sarebbe necessariamente inedito; è la loro contemporanea presenza a rendere questo round diverso dai precedenti. Ed è proprio questa combinazione a offrire a Washington uno spazio di manovra che nei tentativi precedenti non c’era. C’è però un altro limite con il quale fare i conti. Non tutto ciò che si discute in questo tipo di incontri è destinato a essere reso pubblico. Accordi, impegni e perfino aperture importanti possono avere bisogno di rimanere riservati. Giudicare un negoziato da ciò che viene dichiarato significa rischiare di scambiare il silenzio per un fallimento e una dichiarazione per un risultato. La storia della diplomazia insegna, del resto, che le trattative per porre fine a una guerra raramente sono lineari. Le delegazioni americana e nordvietnamita rimasero impegnate a Parigi per anni, prima di arrivare a un accordo. Per questo il valore di questo nuovo round non dipenderà soltanto dai suoi esiti immediati, ma anche dalla capacità di aprire un percorso che oggi non è ancora possibile definire. Qualunque sarà il risultato, questo tentativo costituirà comunque un altro tassello di un processo in genere molto più lungo di quanto la politica e l’opinione pubblica siano normalmente disposte ad accettare.

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