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L'allarme della Bce: "Crescita a rischio". Salgono gas e petrolio

Le Borse europee sono caute ma tremano quelle asiatiche

L'allarme della Bce: "Crescita a rischio". Salgono gas e petrolio
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Mentre le Borse europee scelgono la via della cautela, tenendosi stretti i guadagni dell'ultimo periodo, i mercati delle materie prime non nascondono il nervosismo. Il ritorno dei bombardamenti e delle tensioni nel Golfo si riflettono istantaneamente sulle rotte dell'energia, con il gas ad Amsterdam (+5,5% a 51,3 euro a megawatt/ora) e il greggio a New York (+9,5% a 78,2 dollari a barile alle 20.30 italiane) che registrano impennate decise, tornando a cifre che non si vedevano da un mesetto.

La cautela, che ieri ha portato i principali listini Europei a chiudere in positivo o molto vicino alla pari (a Francoforte il Dax ha guadagna lo 0,11%, il Cac 40 a Parigi segna +0,31%, il nostro Ftse Mib è cresciuto dello 0,35% e Londra intorno alla pari), non implica però che le rinnovate tensioni non facciano paura alla Bce. I rischi per la stabilità finanziaria sono rimasti infatti elevati sia nel 2025 che nella prima metà del 2026 a causa di un ambiente esterno altamente incerto, la Banca centrale ha sottolineato che "le rinnovate tensioni geopolitiche in Medioriente all'inizio del 2026 hanno accresciuto i rischi al ribasso per la crescita economica". Eppure, nonostante questo, le condizioni economiche e finanziarie del Vecchio Continente sono rimaste solide, sostenendo i bilanci di famiglie e imprese.

Gli unici listini che hanno subito una frenata repentina ieri sono stati quelli asiatici, guidati dal Kospi (-8,9%) sudcoreano, particolarmente volatile di fronte al blocco dei colli di bottiglia marittimi. Giornata rossa anche per il Giappone, con l'indice Nikkei che ha bruciato il 2%, rimanendo comunque vicina ai suoi massimi storici.

A parte le Borse ballerine, se la guerra in Medioriente ha insegnato qualcosa è che la mappa del rischio geopolitico si costruisce sui colli di bottiglia marittimi, e in risposta i grandi attori globali hanno iniziato a ridisegnare le proprie rotte. È il caso degli Emirati Arabi Uniti, dove il colosso della logistica DP World sta pianificando un nuovo porto polifunzionale e un terminal container a Fujairah, sulla costa orientale. L'obiettivo strategico è duplice: ridurre la dipendenza di Dubai dall'hub di Jebel Ali e, soprattutto, creare una via d'uscita commerciale capace di bypassare lo Stretto di Hormuz, epicentro dei venti di guerra nel Golfo. La risposta, però, non arriva solo dalla logistica e guardando all'Europa, quando il Medioriente trema, arriva in soccorso l'Africa Occidentale.

Per esempio, la Nigeria ha registrato il picco produttivo degli ultimi sei anni, toccando 1,56 milioni di barili al giorno e superando i tetti Opec. Ma l'obiettivo del governo nigeriano resta ambizioso: toccare quota due milioni di barili. A riprova che le guerre arrivano e i mercati rispondono sempre cercando strade nuove da esplorare.

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