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Politica

Le autocrazie si sostengono

Allentare ora l’isolamento di Mosca mentre la guerra in Ucraina attraversa una fase cruenta e si sono moltiplicati gli episodi di guerra ibrida della Russia nel confronti di paesi Ue e dell’Inghilterra, è considerato un errore

US Special Envoys for Peace Jared Kushner (R) and Steve Witkoff (C) arrive at a railway station in Kyiv on September 6, 2026, on their first visit to the Ukrainian capital since Russia's invasion of Ukraine began, as part of a US-brokered push to end the war following the pair's talks with Russian President in Moscow a day earlier. (Photo by Roman PILIPEY / AFP)

Nelle capitali europee l’ipotesi che Trump porti Putin al G20 di Miami sta creando malumore. Allentare ora l’isolamento di Mosca mentre la guerra in Ucraina attraversa una fase cruenta e si sono moltiplicati gli episodi di guerra ibrida della Russia nel confronti di paesi Ue e dell’Inghilterra, è considerato un errore. Come dargli torto. In più per l’ennesima volta si offre lo spettacolo di un Occidente diviso. Naturalmente c’è chi osserva che invitare a un tavolo internazionale lo Zar può servire a dare un impulso agli sforzi diplomatici, ma farlo ora mentre la Russia ha scelto una strategia militare ancora più feroce è a dir poco paradossale. Altro elemento di riflessione: da quel che si arguisce - anche se interpretare Trump è sempre impresa ardua - dietro la mossa dell’inquilino della Casa Bianca c’è pure, e forse soprattutto, l’obiettivo di chiedere un aiuto all’uomo del Cremlino nel conflitto con gli ayatollah o almeno di convincerlo a diminuire l’appoggio militare e commerciale a Teheran. Ci risiamo. Quando Trump si insediò due anni fa e cominciò a dialogare con Putin e a maltrattare Zelensky il principale argomento usato dagli estimatori del profeta Maga (allora erano numerosi, oggi molti meno), enunciato con la sicumera con cui si cita una legge della fisica, era più o meno questo: The Donald fa bene perché è un modo per dividere lo Zar dalla Cina, vero avversario degli Usa. Se ne parlò per mesi fino a quando i fan di Trump videro Putin, il 3 settembre dello scorso anno, seduto accanto a Xi nel palco della grande parata militare per l’anniversario della sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale. Messaggio inequivocabile. È trascorso un anno e il Tycoon, immemore, ci sta riprovando. Ora il matrimonio da rompere è quello tra lo Zar e gli eredi di Khomeini. Altra «mission impossible»: gli iraniani sono stati i grandi alleati della Russia nel conflitto ucraino, addirittura hanno insegnato la strategia dei droni all’armata rossa che ne era completamente a digiuno, per cui immaginare che ora Putin li abbandoni è una pia - e pericolosa - illusione. Quello che non capisce Trump è che le autocrazie di sostengono a vicenda, che regimi dittatoriali o teocrazie hanno gli stessi disvalori. Quell’unità che l’Occidente di oggi non riesce più a cementare sui valori democratici, sugli ideali che dovrebbero costituirne la forza. È una visione del mondo che a quanto pare a Trump poco interessa. Al punto da far sorgere il dubbio che The Donald sia più attratto dai principi che albergano nell’altro campo.

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