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L'effetto Mamdani "strega" i dem. Il boom degli estremisti per Midterm

Vincono i socialisti. Il rischio è perdere i moderati

L'effetto Mamdani "strega" i dem. Il boom degli estremisti per Midterm
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Il dibattito strategico che sta lacerando il partito Democratico mette in luce una crisi strutturale profonda, legata all'incapacità dell'establishment di garantire un ricambio generazionale graduale, non traumatico e moderato. Ciò dimostra che anche negli Stati Uniti, quando figure storiche rimangono ancorate al potere per decenni, si crea un vuoto di rappresentanza e di idee che finisce per essere colmato dalle fazioni più ideologicamente radicali.

La clamorosa vittoria della "socialista" Melat Kiros in Colorado, che ha spodestato la deputata uscente Diana DeGette dopo ben 14 mandati consecutivi, non è quindi un evento isolato, ma si inserisce in una precisa dinamica di rottura. Lo stesso schema si era già proposto a New York, dove l'affermazione di candidati dell'ala più estrema ha estromesso storici esponenti centristi della vecchia guardia. In entrambi i casi, l'avanzata della sinistra radicale non dimostra una conversione ideologica di massa dell'elettorato americano a danno dei Repubblicani, perché avviene ben all'interno dei più collaudati feudi democratici, dove il candidato repubblicano è virtualmente certo della sua sconfitta indipendentemente da qualsiasi variabile.

Inoltre, più che a livello locale, questa svolta ha riflessi pesantissimi a livello nazionale, perché l'ascesa di figure intransigenti rappresenta un enorme boomerang strategico per i Democratici. Donald Trump e l'apparato repubblicano hanno gioco facile nello sfruttare l'affermazione di questi nuovi candidati alle elezioni di novembre per dipingere l'intero partito come ostaggio degli estremisti radicali, un'arma retorica formidabile per spaventare l'elettorato moderato e indipendente.

Una dimostrazione plastica di questa strategia è andata in scena proprio l'altra sera, quando il presidente ha aperto il fine settimana del 250° anniversario degli Usa con un discorso nel quale ha elevato l'emergere di un nuovo radicalismo tra le fila dei Democratici a una vera e propria minaccia esistenziale. Va poi considerato che il voto di centro, che Trump non ha mai corteggiato, è indispensabile per la vittoria dem negli Stati in bilico, dove anche una minima emorragia di voti moderati verso l'astensionismo decreterebbe la fine di ogni speranza di riconquistare la maggioranza parlamentare.

Al danno d'immagine in vista delle elezioni di Midterm, si profila poi un serio problema di governabilità. L'eventuale arrivo al Congresso di una pattuglia di eletti indisponibili al compromesso politico e fermi su posizioni di netta rottura, sia in politica interna sia in politica estera, rischia infatti di paralizzare il partito Democratico, se non l'intera azione legislativa.

Una tale spaccatura interna costringerebbe la dirigenza democratica a mediare continuamente con una corrente che considera ogni compromesso come un tradimento, con l'effetto di proiettare sull'intera nazione l'immagine di un partito frammentato, inefficiente e distante dalle reali priorità della classe media americana.

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