Il tribunale federale di Foley Square, Lower Manhattan, è dedicato a Thurgood Marshall, l’avvocato che vinse la causa contro la segregazione nelle scuole pubbliche. È qui che un assassino che in America molti considerano una sorta di eroe ha messo in scena la sua confessione: «Ho sparato al signor Thompson a Manhattan ed è morto». Tutto qui, senza troppe emozioni, ricordando che quel 4 dicembre del 2024 non era del tutto ignaro delle sue azioni: «Sapevo che quello che stavo facendo era illegale».
Sono le undici e un quarto del mattino e questo giovanotto di 28 anni con la tuta carceraria color sabbia si alza e dice che è pronto a parlare. Il giudice Margaret Garnett gli chiede se ha preso medicine, se la sua mente in questo momento è lucida, e lui risponde di sì con la voce di chi conferma un appuntamento dal dentista. In prima fila c’è Paulette Thompson, la vedova. Qualcuno le mette un braccio intorno alle spalle e la tiene stretta mentre l’uomo che le ha ucciso il marito legge un foglio. Lì c’è tutto. C’è la schiena rotta e gli anni di dolore, c’è il labirinto delle assicurazioni sanitarie americane, c’è la scoperta che UnitedHealthcare avrebbe scelto New York per la sua conferenza annuale, c’è l’email mandata ai vertici dell’azienda fingendosi un investitore, per sapere dove e quando, c’è la pistola stampata in tre dimensioni e il silenziatore avvitato sopra. Nessun rimorso, non una parola, mai. Luigi Mangione ha confessato un omicidio con la sintassi di un rapporto tecnico e ha continuato a tornare, ostinato, sul sistema sanitario americano, come se il morto fosse una premessa. Fuori, sul marciapiede, non c’era quasi nessuno.
Bisogna partire da lì, perché per venti mesi quel marciapiede era stato una chiesa. Dal giorno dell’arresto, dentro un McDonald’s di Altoona, Pennsylvania, Mangione è diventato un simbolo. Sono comparse le candele votive con la sua faccia dentro l’aureola, i santini, le magliette con la cattura di Cristo. Il fondo per la difesa ha superato il milione e mezzo di dollari, ma il numero che conta è un altro: i donatori sono più di quarantamila e la donazione mediana è di quindici dollari. Quindici dollari. Non è una lobby, è una colletta di gente che non ha niente e che ha deciso di pagare l’avvocato a un assassino perché nell’assassino ha visto la propria fattura non pagata. C’è un dettaglio che quei quarantamila non hanno voluto guardare. I procuratori hanno accertato che Mangione non aveva alcun rapporto con «UnitedHealthcare», non era un suo assicurato, non gli era mai stato negato un rimborso da quella compagnia. Brian Thompson, cinquant’anni, figlio di una famiglia operaia di Jewell, Iowa, padre di due ragazzi, non gli aveva fatto niente.
Ora la domanda: perché Mangione ha confessato proprio adesso? Non c’è nessun accordo con l’accusa ed è il fatto tecnico più importante della giornata. Si è consegnato nudo al giudice e questa sembra una resa ma non lo è. L’obiettivo è subire una montagna di condanne. Ecco la mossa. Ti dichiari colpevole in federale, subito, prima che l’altro processo cominci, e nello stesso pomeriggio depositi l’istanza per far cadere le accuse statali invocando il ne bis in idem. Sacrifichi la partita che avresti perso comunque per cancellare quella che poteva seppellirti. La procura di Manhattan ha risposto che è pronta a discutere e che non molla. Resta il secondo tempo. Il 18 dicembre, alle undici, il giudice Garnett pronuncerà la sentenza. Le linee guida federali indicano una forbice tra i ventiquattro e i trent’anni, i procuratori chiederanno l’ergastolo, in mezzo c’è la discrezionalità di chi emetterà la sentenza. Mangione, se gli va bene, potrebbe non morire in carcere.
L’America senza assicurazione sanitaria si specchia nel giustiziere degli amministratori delegati e lo fa nel nome dell’invidia mascherata da giustizia. È rabbia, frustrazione, vendetta, violenza cieca che non crede più in nulla e sogna improbabili supereroi malati di protagonismo. Il processo è appena iniziato.
