Le consacrazioni di ieri ad Ecône sanno di déjà vu e riportano alla mente il gesto analogo compiuto da monsignor Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988. Trentotto anni fa, però, Robert Prevost era un agostiniano che veniva inviato nella missione peruviana di Trujillo. Questo tuffo nel passato fa capire quanto il nuovo Papa abbia minor dimestichezza dei suoi predecessori con l'ormai longevo strappo della Fraternità San Pio X. Il caso Lefebvre si trascina dalla fine del Concilio e la sua risoluzione fu anche uno degli obiettivi del breve pontificato di Giovanni Paolo I. Nella sua lettera per chiedere ai lefebvriani di fermarsi, Leone aveva evocato l'immagine della tunica lacerata che lo stesso papa Luciani utilizzava col suo segretario per parlare dello strappo.
Le immagini dell'imposizione delle mani sui quattro nuovi vescovi illeciti non deve aver scosso più di tanto il Pontefice, pur addolorato per questa ferita che arriva a poco più di un anno dalla sua elezione. Quello di Ecône appare un finale inevitabile a cui dovrebbe seguire una reazione altrettanto inevitabile. Per individuarla basta riprendere la dichiarazione dello scorso 13 maggio firmata dal prefetto per la dottrina della fede - e anticipata sul Giornale.it - in cui il cardinal Tucho Fernández parlava di "atto scismatico" che "comporta la scomunica". Difficile, ora, rimangiarsi la parola dopo che la Fraternità ha lasciato cadere gli ultimatum prima replicando con documenti di sfida e poi procedendo alle ordinazioni. Ieri intanto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha parlato di "grande dolore" per un atto che "ferisce profondamente l'unità della Chiesa", dicendo però di sperare in una ripresa del dialogo.
La scomunica è latae sententiae, ovvero vi si incorre automaticamente con la commissione del delitto. Ma tutti si aspettano che la sanzione verrà dichiarata nelle prossime ore anche in un documento, così come nel 1988 fece Giovanni Paolo II con il motu proprio Ecclesia dei. Al suo interno erano riportati i nomi di Lefebvre e dei quattro vescovi da lui consacrati, riportando che erano "incorsi nella grave pena della scomunica prevista dalla disciplina ecclesiastica". Due di quei nomi, Bernard Fellay e Alfonso de Galarreta, ricompariranno anche nel probabile nuovo documento essendo diventati nel frattempo i vescovi consacranti. Oltre al motu proprio, la Santa Sede formalizzò la sanzione in un decreto dell'allora prefetto per i vescovi Bernardin Gantin dove si ammonivano "sacerdoti e fedeli a non voler aderire allo scisma perché incorrerebbero ipso facto nella gravissima pena della scomunica". La reazione arrivò nei due giorni successivi alle consacrazioni di Lefebvre ed è probabile che anche questa volta avvenga lo stesso.
Il Papa sa che su questo punto non esistono divisioni all'interno del sacro collegio. Anzi: i cardinali più conservatori come il cardinale Gerhard Ludwig Müller sono anche quelli più inflessibili con i lefebvriani.
In ogni caso, la reazione di Prevost davanti alla disobbedienza della Fraternità diventerà metro di paragone anche per le disobbedienze di altro "colore".
Che fare, ad esempio, con i vescovi tedeschi se decideranno di andare avanti con il Comitato sinodale anche senza l'approvazione di Roma? Leone sa che un doppio standard non aiuterebbe la sua figura di Papa dell'unità e dell'equilibrio.