Il Labour sta perdendo il suo legame con il Nord. Ha bisogno di parlare al Nord con una voce più forte. Con queste parole Andy Burnham rispondeva a una giornalista del Guardian che lo accusava di tradire il partito e di scappare a Manchester. Era il 2016, e Jeremy Corbyn stava facendo virare il Labour tutto a sinistra, consegnando il Paese nelle mani di Boris Johnson. Dieci anni dopo, salutato come "re del Nord", Burnham scende da Manchester per sostituire Keir Starmer alla guida del partito e del governo, "ultima chance di cambiare il partito laburista", come ha dichiarato egli stesso subito dopo aver vinto le suppletive di Makerfield una settimana fa e aver prestato giuramento ieri come deputato alla Camera dei Comuni di Westminster.
La grande popolarità di cui Burnham gode oggi tra le file del Labour è fondata sui suoi tre mandati consecutivi come sindaco di Manchester, durante i quali ha saputo costruire un grande consenso. La rivitalizzazione cittadina, la rivoluzione del servizio di trasporto pubblico (biglietto fisso a 2 sterline, corse moltiplicate, ritorno del servizio in mani pubbliche), le prese di posizione a difesa della città contro politiche governative anti Covid particolarmente dure per l'area, la capacità di parlare con la gente stando tra la gente, sono tra gli elementi principali del successo del primo ministro in pectore.
Nato a Aintree, Liverpool, nel 1970, e cresciuto a Culcheth, Warrington, a metà strada tra Liverpool e Manchester, Burnham si divide tra le due storiche città del Nord Ovest dell'Inghilterra, tifa Everton ma diviene sindaco di Manchester nel 2017, dopo oltre vent'anni passati a Westminster, prima come ricercatore e consulente e poi, dal 2001, come parlamentare all'età di 31 anni. Dice di aver cominciato a maturare la decisione di lasciare Westminster nel 2009, quando rappresenta il governo nel ventennale del disastro di Hillsborough (97 morti), solo al centro dello stadio dei reds, sommerso dall'urlo della folla che chiede un'indagine sulle responsabilità della polizia nella carneficina di tifosi. Nonostante oggi si presenti come un uomo del popolo, capace di saper parlare alla gente, Burnham è un politico di professione: sottosegretario neo laburista durante gli anni di Blair, numero due al Tesoro, ministro della Sanità e poi della Cultura sotto Brown, corre per due volte per la leadership del partito, perdendo in entrambi i casi, nel 2010 contro Ed Milliband, nel 2015 contro Corbyn, sempre sconfitto da esponenti della sinistra Labour. Forse per calcolo, forse per convinzione, Burnham dismette il suo abito blairiano e si sposta negli anni più a sinistra, arrivando qualche settimana fa a dichiarare improvvidamente che il Paese non deve essere in pegno ai mercati obbligazionari: i quali non gradiscono, lo spread schizza, immediato il chiarimento che i vincoli di bilancio non sono in discussione. È Burnham un uomo per tutte le stagioni? Una popolare battuta di questi giorni recita: un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un pub: buonasera, Andy, dice il barista, cosa vuole?
La politica economica di Burnham sarà improntata alle sue esperienze da sindaco, il Manchesterismo, caratterizzato da devoluzione dei poteri, controllo pubblico dei servizi chiave, politiche e investimenti per favorire la crescita regionale.
Le sue posizioni di politica estera, invece, non sono state ancora chiarite. Ma su tutto sarà la sua capacità di parlare alla pancia del Paese, e non solo del Nord, che determinerà le sue chance di opporsi con successo alla corsa di Farage alle prossime elezioni.