Mattarella e quel "nein" di Draghi

Mattarella e quel "nein" di Draghi

«Nein!». Dall'Eurotower di Francoforte fanno sapere l'indisponibilità di Mario Draghi, presidente della Bce, a lasciare il suo prestigioso incarico per «scendere» a Palazzo Chigi e pilotare un governo istituzionale in grado di portare l'Italia fuori dalle secche della crisi se il presidente Mattarella non riuscirà a mettere d'accordo i litiganti, i tanti capponi di Renzi (e non solo). Eppure è sufficiente qualche telefonata nel giro degli industriali e dei banchieri che contano, per avere la conferma che Supermario (quello vero) sarebbe più che mai il candidato ideale non solo alla guida di un governo tecnico, ma anche come terzo uomo «super partes» nel caso che Salvini e Di Maio facessero davvero un passo indietro da candidati premier per varare un esecutivo politico. Del resto, non è una novità il fatto che Draghi sia da anni il personaggio più gettonato nella sala dei bottoni, a cominciare proprio da Berlusconi che l'ha indicato più volte come presidente del Consiglio ideale, e anche più su, dopo avergli già tirato, con successo, la volata per la guida della Banca centrale europea.

In effetti, quando la nave affonda, c'è più che mai necessità di un nocchiero di garanzia come l'ex governatore di Bankitalia che negli Stati Uniti viene ancora chiamato «the unitalian», un italiano atipico anche se è romano doc e la rivista Forbes lo ha definito l'uomo più potente del Belpaese. Con l'incertezza politica di queste settimane e con i riflettori puntati di Bruxelles tra Lega e Cinquestelle che prendono le distanze dalla Ue ad ogni piè sospinto, un pilastro europeo come Draghi sarebbe, senza ombra di dubbio, una grande certezza per il nostro futuro nel vecchio continente. Un po' come Antonio Tajani, presidente del Parlamento di Strasburgo, che lo stesso Berlusconi aveva indicato come candidato premier prima del 4 marzo. È, quindi, comprensibile il fatto che molti addetti ai lavori stanno oggi chiedendo un passo indietro a Draghi per «causa di forza maggiore», cioè per l'attuale situazione di incertezza politica in Italia. Il numero uno della Bce ha, però, ancora un anno e mezzo, fino al 31 ottobre 2019, con molti problemi sul tappeto, prima di completare il suo mandato a Francoforte e, a coloro che gli stanno facendo presente la situazione del Paese d'origine, è costretto ad allargare le braccia. Diverso sarebbe, invece, il discorso se, in caso di ingovernabilità, Mattarella fosse in grado di mettere in piedi un esecutivo a tempo con la possibilità di andare poi a votare il prossimo: allora Draghi potrebbe essere sul serio in pista per Palazzo Chigi e poi, nel caso, salire al Colle.

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