Il Papa visita il cimitero dei migranti e depone, inginocchiandosi, una corona di fiori sulle loro tombe, senza nomi e con delle semplici croci di legno. Lo stesso dei barchini con cui arrivano a Lampedusa dopo giorni di traversata in mare. Leone varca la soglia della Porta d'Europa, luogo simbolico e punto più a sud dell'isola e del Vecchio Continente. Sono questi i due potentissimi gesti che segnano la visita di Prevost sull'isola. Due scatti-simbolo del viaggio lampo durato poco meno di 4 ore. Lo sguardo rivolto verso il mare, all'estremo promontorio sud-orientale di quel lembo d'Europa così vicino alle coste africane. Una preghiera silenziosa e solitaria per i morti in mare. La mano destra appoggiata al monumento simbolo delle tragedie del Mediterraneo. E poi il fuoriprogramma: il Papa cammina verso gli scogli, si inerpica fino alla costa, sempre con lo sguardo rivolto al mare, incurante del forte vento che gli fa volare lo zucchetto bianco, poi recuperato dal suo assistente.
La giornata inizia con la visita al cimitero di Lampedusa. Prevost è il primo Pontefice (e leader mondiale) a rendere omaggio alle tombe degli invisibili. C'è anche la foto di Yusuf, originario della Guinea, inghiottito dalle acque ad appena sei mesi di vita. Di fronte a un disegno con l'arcobaleno, una fotografia senza cornice e una dedica in inglese: "Perché così presto figlio mio? Mamma e papà ti ameranno per sempre". Poi la targa: "In questo luogo riposano musulmani e cattolici, neri e bianchi. Tutti migranti morti in mare in cerca della libertà".
È poi l'arrivo alla Porta d'Europa il momento più commovente della visita di Leone a Lampedusa, luogo iconico che rappresenta l'approdo e la speranza. Qui abbraccia due famiglie di migranti. Ma sulla soglia rimane solo: è un momento tutto suo.
Il piccolo Leo gli consegna una lettera in cui racconta la sua vita. "Dieci anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa, ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me", è il biglietto consegnato al Papa.
Continua la visita, il Papa attraversa le strade dell'isola. In 4mila lo attendono al campo sportivo (per un giorno cattedrale a cielo aperto) per la Messa. Prima però, Prevost saluta una ventina di migranti dell'hotspot di Lampedusa. "Ci ha benedetti, una bellissima emozione", raccontano. È poi il momento dell'abbraccio alla comunità dell'Isola. "I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate", chiosa. "Oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia", aggiunge. "Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti".
Dall'isola di Lampedusa, Papa Leone denuncia anche "il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l'idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui".
Infine, l'appello all'Europa. "Da questo estremo lembo d'Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto - come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace - l'Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità".
Alla Messa anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, e Claudio Baglioni, molto legato a Lampedusa: "Un grande dono per l'isola la visita di due Papi", dice, riferendosi
anche a quella di Francesco nel 2013.Il Papa, al termine dell'omelia, saluta i lampedusani con un'espressione che letteralmente significa "o mio respiro". È il saluto più affettuoso usato dagli abitanti dell'isola: "O'scià!".