Coronavirus

A Milano pronto soccorso pieni. Pazienti fermi nelle ambulanze

Fino a 45 mezzi in attesa fuori dalle strutture. Boom di chiamate al 112. Areu: "Servono più veicoli e personale"

A Milano pronto soccorso pieni. Pazienti fermi nelle ambulanze

Al di là di qualsiasi bollettino sui numeri dei nuovi positivi ai test, c'è un elemento che dà la dimensione della portata dell'epidemia, almeno a chi abita a Milano. Sono le sirene delle ambulanze, che ritornano ad avere un suono più inquietante del solito e hanno una frequenza più intensa, anche di notte.

L'effetto dello tsunami dei contagi si fa sentire anche nei pronto soccorso. In questi giorni, i pazienti sono stati costretti spesso ad attendere il proprio turno al triage sui mezzi, per evitare assembramenti nelle astanterie. Troppe richieste prima dello smistamento tra casi sospetti Covid e urgenze «tradizionali». Tanto che si sono trovate in fila, fuori dalle strutture ospedaliere, fino a 45 ambulanze. Ferme e spente, con il paziente a bordo.

Areu, l'azienda regionale di emergenza e urgenza, ha chiesto a Cri, Anpas e Misericordie di aumentare il numero di mezzi. Il problema non sono tanto le vetture, che ci sono, quanto gli equipaggi. I soccorritori devono essere preparati e seguire alla lettera il protocollo anti Covid, rispettando anche la doppia pulitura dell'abitacolo prima di caricare un nuovo paziente: operazione che richiede tempo e costringe l'ambulanza a stare ferma anche più di mezz'ora.

I rallentamenti riguardano la situazione in generale ma, in quest'ultima settimana, sono lievitate le chiamate per casi sospetti di Covid da parte di persone con difficoltà respiratorie. E l'andamento dei numeri sembra in tutto e per tutto accavallabile con quanto già accaduto a marzo con un effetto fotocopia inquietante. Questo non significa che ci siamo fatti cogliere impreparati e all'improvviso come è accaduto con la prima ondata. Significa semplicemente che il ritmo dell'epidemia ha accelerato più rapidamente del previsto.

Mercoledì scorso i centralini del 112 sono andati il tilt per un eccesso di richieste e contemporaneamente alcuni pronto soccorso della città sono stati riempiti. In sofferenza in particolar modo Sacco, Niguarda, Policlinico a Milano e San Gerardo di Monza, gli hub identificati per accogliere la prima mini ondata di pazienti sospetti Covid. L'effetto imbuto stavolta è stato smaltito in meno di 24 ore ma ha portato a galla un pericolo che, nelle prossime settimane, sarà costantemente dietro l'angolo. Quello del sovraccarico. In alcun ospedali come il Sacco, il pronto soccorso per una giornata ha smesso di accogliere alcuni tipi di emergenze (come quelle legate ai problemi respiratori) per dare il tempo ai reparti di riorganizzarsi e riconvertire le aree in reparti Covid.

Va considerato che al pronto soccorso, l'accesso non è regolato come nella fase pre Covid. Ci sono triage separati per i casi sospetti di coronavirus e per le altre emergenze. E vanno rispettate tutte le distanze e le norme di sicurezza imposte per proteggere personale e pazienti. Dove non ci sono tendoni di pre-triage, i pazienti devono aspettare anche mezz'ora nelle ambulanze. Seppur congestionata, la situazione non è affatto paragonabile a quella di Bergamo a marzo e aprile: in primavera i mezzi non facevano nemmeno in tempo ad arrivare agli indirizzi dei malati ma, a questo giro, si spera di scongiurare drammi del genere. E ci si sta organizzando per far fronte all'ondata crescente dei numeri delle prossime settimane e per potenziare la medicina sul territorio (già ieri un centinaio di accessi al pronto soccorso del San Raffaele), unica arma che eviterà l'aggravarsi dei casi ma che consentirà alle persone di avere sintomi gestibili e curabili a casa.

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