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Politica

Milei riaccende la miccia: “Le Malvinas sono argentine”

Sulle isole contese, dura presa di posizione di Londra: “Non c’è discussione, sono britanniche”

(FILES) Argentina's President Javier Milei delivers a speech during the Americas Society/Council of the Americas "Political and Economic Perspectives" conference in Buenos Aires on August 20, 2026. Milei said on September 3, 2026, that the "winds of change" favored Argentina's claim to the Falkland Islands, pointing to Washington's readiness to review it neutrality on his country's dispute with Britain. (Photo by Juan MABROMATA / AFP)

Javier Milei ha scelto l’annuncio a reti unificate: «Le Malvinas sono argentine per storia e per diritto. Non c’è discussione». Con queste parole, pronunciate giovedì sera dalla Casa Rosada, il presidente ha riaperto lo scontro con Londra sull’arcipelago che gli argentini chiamano Malvinas e i britannici Falkland. Milei ha annunciato sanzioni più dure contro le compagnie coinvolte nello sfruttamento petrolifero al largo delle isole e nuovi fondi per una base navale nella Tierra del Fuego. Il detonatore è doppio. Da una parte, il giacimento Sea Lion, a 220 chilometri dall’arcipelago, dove la britannica Rockhopper e l’israeliana Navitas puntano a produrre dal 2028. Per Buenos Aires è «un pericolo concreto», trattandosi dell’estrazione di una risorsa non rinnovabile in acque rivendicate come argentine. Dall’altra, Donald Trump ha lasciato intendere che Washington potrebbe «rivalutare» la storica neutralità sulla sovranità delle isole nel contesto del suo slogan continentale «Americas first». Milei lo ha capito «nel mondo soffiano venti di cambiamento favorevoli alla nostra causa» e ha dipinto il Regno Unito come un Paese in declino, stretto da crisi migratorie, demografiche ed economiche, mentre «l’Argentina fiorisce e prevarrà».

Londra ha risposto a muso duro. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha scritto che le Falkland «sono britanniche perché gli isolani scelgono di esserlo» e che l’impegno della Perfida Albione è «assoluto e incrollabile». Il capo della diplomazia Ed Miliband ha ribadito che la volontà degli abitanti è «primaria», Downing Street ha comunicato che le Forze armate sono «in allerta 24 ore su 24», mentre il premier Andy Burnham eredita un dossier che i laburisti considerano chiuso dal 1982. Il paradosso è che Milei, ammiratore di Margaret Thatcher, l’artefice della riconquista britannica dopo l’invasione argentina, aveva tentato un disgelo con voli diretti, canali informali sulle armi, persino l’ipotesi di una visita a Londra, che sarebbe stata la prima di un presidente argentino dal 1998. Quel filo si è spezzato e oggi nega agli isolani il diritto all’autodeterminazione, definendoli una «popolazione installatasi» su un territorio «usurpato».

Dietro questa tensione c’è anche la politica interna. Con le presidenziali del 2027 e la vicepresidente Victoria Villarruel, un falco sulle Malvinas, in rotta di collisione, la causa nazionale torna utile. Lo ha ricordato lo striscione «Le Malvinas sono argentine» della nazionale ai Mondiali, ma soprattutto il petrolio: Sea Lion custodisce 1,7 miliardi di barili e sanzionare Rockhopper alza i costi di un progetto che per l’Argentina è un furto. Sia chiaro, Milei percorre la via pacifica tramite decreti, leggi e sanzioni, mentre Londra replica con le navi da guerra. Trump ha aperto una crepa, ma basta perché Buenos Aires rialzi la voce e Downing Street chiuda i ranghi sventolando l’autodeterminazione dei popoli. 44 anni dopo la guerra, le Malvinas restano un nervo scoperto, ma oggi lo scontro sa più di petrolio e geopolitica che di conflitto.

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