Nei tunnel infernali del Moi dove i migranti sono zombie

L'ex villaggio olimpico di Torino è un'isola di degrado protetta dai centri sociali. "Qui la polizia non entra"

Nei tunnel infernali del Moi dove i migranti sono zombie

«Non c'è più posto sopra. Qui la maggior parte delle persone sta sotto terra. Anche io dormo là sotto» dice Bakar indicando una grata. Ci sono un «sopra» e un «sotto», nell'occupazione abusiva tra le più grandi d'Europa che sorge alle porte di Torino in quel che fu l'ex villaggio olimpico oggi ribattezzato «Moi». Più si scende e più cala il buio e aumenta il degrado umano che abita le tre palazzine che erano state costruite per ospitare gli atleti nel 2006. Un mondo a sé che si sviluppa in sei piani di altezza e scivola nelle profondità dei sotterranei. In tutto vivono qui in condizioni igienico sanitarie disumane circa mille migranti.

Un censimento preciso è impossibile, anche per le autorità. Si sa solo che si tratta per il 95 per cento di uomini tra i 25 e i 35 anni, molti irregolari, provenienti da Gambia, Mali, Nigeria. Soprattutto Nigeria. Arancione, blu e marrone sono i colori che rivestono le facciate sbiadite dove campeggiano striscioni contro gli sgomberi nel villaggio dove «non entra neanche la polizia».

Al «Moi» non puoi entrare se non hai un «gancio» con chi invece lì è considerato una parte integrante: sono i centri sociali che da anni sostengono l'occupazione abusiva e che nella Torino grillina formano un asse con i migranti per quella che chiamano «resistenza» contro sgomberi ed espulsioni. «Non la faranno entrare, mi creda», ci avverte il presidente di circoscrizione del Pd, Davide Ricca. «Il problema più urgente - continua - è nei sotterranei, covo di ricettazione e di illegalità. Erano stati liberati ma sono stati di nuovo rioccupati». Ogni anno gli attivisti festeggiano l'occupazione. Come fosse un anniversario. «Per qualcuno è un ghetto, per altri un problema di sicurezza, per noi semplicemente casa. Da qui non ce ne andiamo, anzi ci balliamo», ha scritto su Facebook il gruppo per annunciare la festa di tre giorni fa «contro i maestri della paura», la narrazione «criminale e violenta» dei giornalisti. «Ma cosa c'è da festeggiare? Mi dica cosa c'è da festeggiare», si sfoga il titolare dell'hotel di fronte. Da anni si trova a scontare «una flessione del 30% dei clienti: legga le recensioni sui siti, scrivono che qui è come il Bronx».

Il confine è una striscia di asfalto di via Giordano Bruno: non è più Torino, inizia la frontiera di uno stato senza Stato. L'integrazione è una parola sciolta in anni di proclami.

Gli inquilini abusivi ci scrutano come un corpo estraneo mentre con l'occasione ci addentriamo nel quadrante abusivo. Un banchetto vende t-shirt con stampe inneggianti al «Moi» okkupato: «Cinque euro, le svendiamo», dice l'attivista. I soldi vanno ai migranti? «Nooo. Qua tutti lavorano in nero». Benvenuti nel villaggio precluso ai cronisti, raccontato dalla trasmissione Quarta repubblica. Un mondo a sé dove tutto è abusivo. Ci sono un parrucchiere, un negozio di alimentari, di biciclette. Baracche di legno, con dentro persone, oggetti, bevande. Capiamo che non possiamo intrattenerci a lungo in questo crocevia di migranti provenienti da tutta Italia. Come due maliani appena arrivati dalle campagne di Saluzzo, angolo di Piemonte disseminato di frutteti. «Dormiamo per terra». Posti letto esauriti.

«Non ho i documenti, come tanti altri qui. Sono qua da quattro mesi, vivo nei sotterranei», dice Bakar. Eppure gli inferi del «Moi» erano stati sgomberati un anno fa. I cancelli d'acciaio messi a protezione però sono stati sfondati e lì si è reinsediato il mondo di prima. Una massa sconfinata di masserizie, copertoni, ferro, rifiuti. L'odore di urina chiude le narici. Montagne di materiali ferrosi, mattoni, biciclette, carretti, frigoriferi, vecchi elettrodomestici. Oggetti di traffici e rivendite: «Questa roba la vendiamo». In mezzo ai cumuli, ecco i giacigli. Sagome di uomini si muovono in questo girone dantesco il cui accesso viene sorvegliato giorno e notte. Usciamo in fretta. «Sappiamo che vogliono mandarci via, ma non quando», continua Bakar. Lo sgombero «dolce», così chiamato, del comune di Torino va a rilento. Entro un anno si punta a liberare un'altra palazzina, la seconda di quattro, non prima di aver trovato una sistemazione per tutti. Tante le difficoltà. A dicembre scorso il project manager che gestisce il progetto era stato preso a pugni. Gli uffici dei mediatori scassinati e danneggiati. Chiusi e riaperti dopo mesi ma, per ragioni di sicurezza, fuori dal villaggio. E ci si è messa anche la giustizia: il tar del Piemonte ha appena rigettato il ricorso con cui la società proprietaria degli edifici chiedeva un intervento del comune: «È indiscutibile il diritto della parte ricorrente. Ma la via giudiziaria non è in grado di garantire una soluzione soddisfacente di un problema ormai incancrenito che presenta delicatissimi profili umani, sociali, sanitari e di ordine pubblico». Ricorso respinto. Liberazione a data da destinarsi.

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