"Nessun problema per produrre tamponi ma mancano laboratori per analizzarli"

L'economista: "Manca un coordinamento centrale. E messaggi chiari"

L'Italia dell'emergenza riscopre una domanda fondamentale: ora chi decide? Lo Stato o le Regioni? La macchina è pesante ma bisogna farla girare veloce. «Ora più che mai per il nostro Paese è necessario saper valutare le questioni a sistema. Ragionare avendo una visione allargata».

Il professor Mario Mazzoleni, docente di economia aziendale all'università di Brescia e membro del Comitato scientifico consultivo di Confindustria si è trovato in prima linea con il coronavirus perchè affianca la famiglia Triva della Copan Group di Brescia leader nella produzione dei tamponi come strategia advisor.

Professore c'è un allarme sulla produzione dei tamponi?

«Oggi tutti stanno chiedendo tamponi. Dagli ospedali, ai centri d'acquisto regionali e la protezione civile a livello nazionale».

E c'è carenza?

«No. Il problema non è produttivo. Mi spiego meglio: oggi il problema non è avere a disposizione i tamponi, quelli ci sono, noi siamo in grado di dare tamponi nella misura in cui i laboratori sono in grado di lavorarli. Sarebbe possibile alzare le scorte in funzione della gestione».

E allora il problema dove sta?

«Il collo di bottiglia sono i laboratori, non la produzione. Processare un tampone non è una procedura semplice, non tutti i laboratori in Italia sono autorizzato a farlo. Il problema è trovare quelli da autorizzare».

Cioè un cortocircuito di burocrazia?

«Non di burocrazia quanto di un modello istituzionale che sta mostrando difficoltà, che dimostra delle lacune. Ora la vera sfida è trovare la visione d'insieme. Io stesso che lavoro in una azienda che produce tamponi non so quanti tamponi i laboratori sono ad oggi in grado di analizzare. Capisce che è una mancanza di informazione determinante in una situazione del genere».

E come si fa?

«Le strade potrebbero essere diverse: aumentare il numero di laboratori, o mettere in grado i laboratori già esistenti di processare i tamponi, oppure aprire laboratori privati».

Chi può decidere in quale direzione andare?

«Servirebbe un'autorizzazione da parte dello Stato, materia che però sarebbe di competenza delle Regioni che certo non può essere contestata».

Torniamo alla questione principale: chi decide?

«Servirebbe un coordinamento centrale che dia un indirizzo chiaro, una struttura competente capace di tradurre le esigenze in situazioni realizzabili».

Andiamo verso un blocco totale, quale problemi intravede?

«Rispetto alla Cina c'è una differenza fondamentale: là è stata chiusa una Regione, importante, produttiva, ma non tutto il Paese come da noi».

Cosa cambia?

«Che la zona rossa in Cina è riuscita a superare bene il blocco perchè il sistema ha agevolato e sostenuto questa situazione. In Italia il rischio è che aziende che producono mascherine, materiale medico e sanitario, i tamponi restano aperte ma per funzionare hanno bisogno di una rete. Le materie prime con cui vengono assemblati i prodotti, i mezzi per trasportare il materiale prodotto, fino ad arrivare banalmente alla mensa per i lavoratori. Ecco perchè c'è bisogno di quello stesso pragmatismo di cui parlavamo prima, di uno sforzo a leggere a sistema, un approccio che non si occupi dei singoli aspetti ma che trovi una soluzione d'insieme».

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