I messaggi dal governo israeliano ieri sono stati pochi e brevi, quello di Netanyahu ancora all'alba in inglese ha sostenuto la tregua di Trump e come quello, più tardi, del ministro della Difesa Israel Katz, deciso nel ribadire che la guerra contro gli Hezbollah continua. È difficile per Israele dire una parola chiara sulla sorpresa americana: difficile interpretare se si tratta di una ritirata legata alla lunghezza della guerra, eccessiva per il pubblico americano, o di un gesto tattico molto sofisticato, che prepara fra 15 giorni, alla scadenza della tregua, a una ripresa più decisa di una forte azione che punti alla sconfitta di quella civiltà terrorista e crudele.
Trump ha telefonato a Netanyahu pochi minuti prima di proclamare la tregua, solo poche ore più avanti ha dichiarato che la questione dell'uranio arricchito deve comunque essere risolta con l'uranio in mani americane, e anche gli altri punti fondamentali, i missili e i proxy, non sono affatto cambiati. Questo, tuttavia, mentre i pakistani comunicavano che al contrario l'Iran pone come condizione la possibilità di seguitare a arricchire l'uranio. Anche la questione degli Hezbollah è controversa: per la parte iraniana, la cessazione della guerra israeliana contro il principale proxy del regime è compresa nel prezzo. Israele non ne ha nessuna intenzione e Trump a sera ribadisce che il Libano non è incluso nell'intesa.
La questione è infuocata, mentre Trump afferma che che la guerra è vinta, dall'altra parte Netanyahu sa bene che il nemico islamista totalitario che si trova di fronte verrebbe non poco istigato alla guerra dalla percezione di una ritirata del fronte americano-israeliano. E cerca di trovare la strada per evitarlo pur restando legato al suo grande alleato. Il regime iraniano è un nemico mortale, la sua promessa di distruzione di Israele si è accompagnata negli anni con l'arricchimento dell'uranio fino alla bomba atomica. Molti, come il capo dell'opposizione Yair Lapid, insistono sulla sconfitta della politica di Netanyahu. Ma questo governo è l'unico che ha avuto la forza di fronteggiare il nemico sul terreno e due settimane possono essere molto lunghe in Medioriente, possono cambiare le carte in tavola.
La società israeliana cerca una strada per tornare a scuola, uscire coi bambini senza temere la sirena, riaprire gli aeroporti. Si può sperare che la coraggiosa folla degli iraniani contrari al regime esca per strada e squilli la tromba della battaglia. Israele, mentre il resto del mondo può cullarsi in un'illusione di pace, sa che l'attuale piramide iraniana userà ogni minuto delle prossime settimane per preparare una ripresa del conflitto. Le grida di vittoria nelle strade di Teheran non sono un grido di pace, ma una chiamata alle armi. Israele è abituata a vedere la folla islamica che balla per una vittoria che ha non ha mai ottenuto: persino dopo la guerra dei Sei Giorni gli egiziani proclamarono la vittoria; persino a Gaza, nelle stato di distruzione in cui è, vede Hamas festeggiare...
Molto deve ancora accadere: Israele mentre osserva lo stop in Iran seguita a combattere gli Hezbollah.
Così, mentre si ragiona sulla tregua, sul bene e il male che ne può derivare, i piloti israeliani volavano ancora a bombardare fino a Dahia, e intanto piovevano i missili e volavano i droni suicidi sul Nord del Paese. Strana tregua per Israele. Che - assicura Netanyahu - "resta con il dito sul grilletto".