Quello del primo maggio è, per quest’anno, l’unico ponte di Primavera, peraltro breve: dura tre giorni da venerdì 1 a domenica 3 maggio. Il calendario 2026 è avaro di ponti: il 25 aprile era sabato e pure il ponte dei “morti” non ci sarà, perché il primo novembre sarà domenica. In anni più fortunati, i giorni di attaccare ai festivi feriali hanno permesso di creare vere e proprie settimane di vacanza da scuola e lavoro. Ma quella delle giornate festive è una lunga storia che, proprio in questo periodo storico, sta vivendo un ritorno di fiamma: il Parlamento, nel settembre scorso, ha approvato 'istituzione della festa nazionale di San Francesco d'Assisi per il 4 ottobre, nuovo giorno festivo a tutti gli effetti già da quest’anno, il dodicesimo nel calendario italiano, compreso il lunedì dell’Angelo ed esclusa la Pasqua (che è sempre di domenica). Ma non è tutto. Il 23 aprile scorso la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha avviato la discussione in sede redigente del disegno di legge sulla reintroduzione della festività nazionale del 2 novembre, dedicata alla commemorazione dei morti, e soppressa dal 1977. Sarebbe la 13esima festività che, con quella del Santo Patrono, porta il conto dei giorni festivi a due settimane ogni anno. Collocando l’Italia nel gruppo dei Paesi più festaioli d’Europa, davanti a Francia, Spagna e Germania (che ne hanno tra 10 e 12) e Inghilterra (solo 8).
La questione suona un po’ paradossale per più motivi. Il primo è che già cinquant’anni fa, nel 1977, l’allora governo Andreotti indicò nei troppi giorni festivi la "negativa incidenza sulla produttività sia delle aziende che dei pubblici uffici". E con la legge 54/77 cancellò Epifania (6 gennaio), San Giuseppe (19 marzo), Ascensione, Corpus Domini, Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno) e Festa della Vittoria (4 novembre). Peccato che poi l’Epifania è stata reintrodotta, mentre oggi si aggiungono il 4 ottobre e, forse, anche il 2 novembre. E questo avviene proprio quando quell’emergenza “produttività” segnala già nel 1977 è la principale causa della bassa crescita dei salari e del Pil italiano.
Così ci sembra corretto l’allarme lanciato da Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria con delega al Centro Studi, quando dice che “il valore simbolico del 2 novembre non si discute” ma farne una festività obbligatoria “sarebbe una scelta sbagliata e fuori tempo”. Basti ricordare, fa i conti Aleotti, che un singolo giorno festivo costa alle imprese 3 miliardi tra minore attività produttiva e impatti logistici e organizzativi; mentre un altro miliardo è il costo per la pubblica amministrazione in termini di minori servizi erogati.
In altri termini, per celebrare feste civili o religiose, forse non ci possiamo più permettere di nuovi giorni festivi, soprattutto se date fisse. In ogni caso, per quest’anno, niente ponte neanche a ottobre: il 4 è domenica.