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Il nodo preferenze alla prova dell'Aula. E Meloni teme i franchi tiratori

La legge elettorale arriva alla Camera Emendamento di Fdi, senza Fi e Lega

Il nodo preferenze alla prova dell'Aula. E Meloni teme i franchi tiratori
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da Roma

A meno di dodici dall'arrivo della legge elettorale nell'aula della Camera c'è una sola certezza: quello sulla reintroduzione delle preferenze sarà il primo voto non scontato dell'intera legislatura. Nonostante le ripetute riunioni tra gli sherpa di maggioranza e i contatti diretti tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il centrodestra non è infatti ancora riuscito a trovare una sintesi. Tanto che ieri l'emendamento che introduce una forma soft di preferenze (un capolista bloccato e una lista di sei nomi tra i quali esprimere fino a tre preferenze di genere alternato, sulla falsariga del sistema con cui si vota per la regione Toscana) è stato firmato solo da Fdi, Noi Moderati e Udc. Forza Italia e Lega, invece, si sono prese un supplemento di riflessione e hanno rinviato la decisione alle rispettive riunioni dei gruppi parlamentari in programma oggi alle 12. Un modo per sottolineare come la questione non sia in capo ai leader - cosa che ovviamente non è né potrebbe essere vera - e sia stata demandata direttamente a deputati e senatori. Non è così, tanto che in privato Meloni avrebbe sottolineato a Tajani e Salvini che sulla questione preferenze Fdi deve andare avanti per coerenza: "Ci ho messo la faccia". La premier avrebbe anche lasciato intendere che se davvero nelle prossime ore la maggioranza non riuscisse a muoversi in modo compatto e superare l'ostacolo, si aprirebbe un problema politico di non poco conto. I leader di Forza Italia e Lega, però, almeno fino a ieri sarebbero restati piuttosto freddi. Anche se qualcuno ha interpretato le parole di Salvini ai microfoni del Tg3 come un'apertura. "Sia in Europa che nel comune di Milano - ha detto ieri sera - sono sempre stato eletto con le preferenze. Per quel che mi riguarda non sarebbe un problema". Insomma, un modo per dire che se il tema è davvero dirimente non sarà il segretario leghista a mettersi di traverso.

Di certo, c'è che l'emendamento nell'occhio del ciclone non cambia di molto le carte in tavola per partiti come Forza Italia e Lega che, con i numeri attuali, solo in pochissime circoscrizioni riusciranno a eleggere chi c'è sotto il capolista. Insomma, il potere di decidere le liste di fatto resterebbe comunque nelle mani dei leader.

In che modo si dipanerà una matassa davvero ingarbugliata lo si inizierà a capire solo dopo la riunione dei gruppi parlamentari di questa mattina. Da Fdi si attendono un esito nella sostanza positivo, anche nel caso - probabile - di voto segreto. Così fosse, significherebbe che le divisioni di queste ore - il fatto che Forza Italia e Lega non hanno firmato l'emendamento e che Tajani e Salvini hanno demandato ai gruppi ogni decisione - farebbero parte di una precisa strategia per cercare di tenere insieme le esigenze di tutti.

La palla, dunque, passa all'aula della Camera, che potrebbe essere chiamata a pronunciarsi sulle preferenze già stasera verso le 20. Nel caso - probabile - che l'opposizione chieda il voto segreto, sono possibili defezioni. Soprattutto tra le fila di Fdi (che ha un gruppo parlamentare numeroso dove in molti non hanno dimestichezza con le preferenze) e della Lega (dove gli orfani dei collegi uninominali potrebbero farsi sentire). Il voto, dunque, non è scontato, perché i precedenti insegnano che sulla legge elettorale la disciplina di partito conta fino a un certo punto.

Per la prima volta in quasi quattro anni, dunque, la maggioranza rischia seriamente di andare sotto. Il dato sarebbe tutto politico e potrebbe portarsi dietro strascichi nel prosieguo della legislatura. Di fatto, però, rispetto al destino della riforma della legge elettorale potrebbe non cambiare molto. Per quanto importante, si tratta comunque di un emendamento.

E anche se fosse bocciato sarebbe difficile per la maggioranza non andare avanti con l'approvazione. Uno stop, infatti, significherebbe prendere atto delle divisioni della maggioranza e della sua incapacità a trovare una sintesi su una riforma tanto importante.

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