"Capisco che sia cringe, però è stato un po' esagerato". "Che sia che?". "Voglio dire, stava flexando troppo". Il mio problema non è che non mi capiscono più i giovani, non mi capiscono più i miei coetanei ultracinquantenni, e mi viene in mente Nanni Moretti, in una scena di Palombella rossa, in cui urlava a una giornalista "Ma come parli!", siccome lei gli aveva detto che il suo ambiente era "cheap" (a proposito, cheap non si usa più, kitsch ha resistito nel tempo fin dagli anni Sessanta). Sarà che frequento più giovani che coetanei perché le persone della mia età mi mettono tristezza e io stesso mi metto tristezza da solo, sarà che sto molte ore alla PlayStation, sarà che non ho mai creduto alle generazioni (mai avuto a che spartire neppure con la mia, a sedici anni vivevo sospeso tra Proust e il Commodore 64), sarà quel che sarà, fatto sta che ho due linguaggi: quello per i vecchi come me e quello per i giovani che frequentano me.
Quindi, per esempio, non dico che non rispondo a un amico, lo ghosto, e tra l'altro ghostare non è soltanto non rispondere, implica sparire senza spiegazioni. Come cringe non è soltanto imbarazzante, contiene anche il disagio di chi guarda. Così come flexare non è semplicemente mostrare, significa mostrare per farsi vedere, esibire per provocare. Oh, lo so, ci sono i puristi dell'italiano, quelli che: come parlano questi giovani, non si capisce niente.
Però non si dà lingua senza contaminazioni, nella modernità soprattutto importazioni inglesi, e pensate a quando dite jogging, weekend, briefing, feeling: oggi vi sembrano normali, una volta non lo erano. In ogni caso, i miei coetanei che mi accusano di parlare come la Generazione Z li rassicuro: non sto ringiovanendo, sto soltanto invecchiando giovane. E, ironia della sorte, per i più giovani sono io quello cringe.
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