La difesa di Salvini: "Conte sapeva tutto. Se questo è un reato tanti risponderanno"

Oggi il voto del Senato sull'autorizzazione a procedere per il caso Open Arms. La memoria dell'ex premier: "Malta e Spagna contattate dalla Ong ma non citarono mai l'Italia"

La difesa di Salvini: "Conte sapeva tutto. Se questo è un reato tanti risponderanno"

C'era almeno un'alternativa. Anzi due: Spagna e Malta. E invece la Open Arms, dopo aver peregrinato nel Mediterraneo per due settimane circa, puntò verso Lampedusa, in uno scontro durissimo con il Viminale. Per questo - sostiene Matteo Salvini - non ci fu il sequestro di persona, ma solo la difesa di una linea politica, stabilita dal primo governo Conte. Il leader della Lega rischia il processo, chiesto dal tribunale dei ministri di Palermo, ma l'ultima parola spetta all'aula del Senato chiamata oggi al voto.

E ai colleghi di Madama si rivolge l'ex ministro con una memoria di 21 pagine che è una rivendicazione di quanto fatto in quei convulsi giorni di agosto dell'anno scorso, mentre l'esecutivo agonizzava e si consumava lo strappo che avrebbe portato al Conte 2. «Non può ritenersi sussistere - scrive Salvini - nessuna violazione delle norme penali in quanto la condotta che mi viene contestata... non è altro che un'automatica conseguenza delle scelte politiche effettuate dall'intera compagine governativa nel perseguimento dell'interesse pubblico a un corretto controllo e a una corretta gestione dei flussi migratori».

Un concetto ribadito in una conferenza al vetriolo: «Ho agito a difesa del mio Paese e quello che ho fatto l'ho fatto in compagnia del premier Conte. Se qualcuno ritiene che ci sia un reato ne risponderemo in tanti. Vorrà dire - è la conclusione maliziosa - che Conte mi accompagnerà un po' a Catania e un po' a Palermo e prenderemo una granita».

Per i giudici di Palermo non ci sono ragioni di sicurezza che tengano, ma i magistrati puntano il dito solo contro l'ultimo segmento della vicenda, a partire dal 14 agosto quando la nave battente bandiera spagnola si avvicina alle acque territoriali italiane. Quel giorno il premier Conte scrive una lettera drammatica al ministro pregandolo di far scendere almeno i minori e contemporaneamente il Tar del Lazio, con una decisione senza precedenti, fa saltare il decreto con cui il 1 agosto era stato proibito alla Open Arms di avvicinarsi alle nostre coste e di far sbarcare i migranti raccolti in diverse operazioni di salvataggio.

In quei momenti difficili, Salvini, ormai in guerra con i suoi ex partner di maggioranza, sceglie di resistere e ingaggia un doppio braccio di ferro con Conte e con i magistrati amministrativi. I minori scendono solo il 18 - il 17 secondo Salvini che fa notare come 9 siano poi risultati a posteriori maggiorenni - tutti gli altri il 20, quando la Procura di Agrigento interviene e sequestra la nave.

«Appare come l'interesse pubblico coinvolto - attacca Salvini - sia di limpida e cristallina evidenza sotto molteplici e svariati profili». Ma se c'è l'interesse pubblico non dovrebbe più esserci il processo e proprio su questo sono chiamati ad esprimersi oggi i senatori, dopo il primo inatteso no al dibattimento dato a suo tempo dalla giunta di Palazzo Madama.

Già il 1 agosto, informa Salvini, «veniva emanato dal ministro dell'Interno, di concerto con il ministro della Difesa e con il ministro delle Infrastrutture, informandone il presidente del Consiglio, il provvedimento che ha disposto il divieto di ingresso, transito e sosta nel mare territoriale nazionale italiano» della nave della Ong spagnola.

È l'inizio di un percorso che Salvini ritiene lineare e condiviso, anche se proprio il 14 agosto il governo si spaccò sulla gestione della crisi.

Ma c'è di più, perché il numero uno della Lega contesta la ricostruzione contenuta nell'autorizzazione a procedere inviata a Palazzo Madama: «Nella vicenda in esame - si legge a pagina 46 - due sono gli stati che devono individuarsi come autorità di primo contatto: l'Italia e Malta, in quanto entrambi contestualmente contattati e informati.., almeno sin dal 2 agosto 2019».

Una versione che Salvini ribalta: «Dalla ricostruzione dei fatti risulta che i primi paesi contattati e informati siano stati la Spagna (paese di bandiera della nave) e Malta (zona più vicina al punto ove sono avvenuti i salvataggi)». Insomma, l'indicazione del Pos, il porto sicuro, «spettava alla Spagna o a Malta e non certo all'Italia».

Certo, per il Tribunale dei ministri non toccava alla Spagna, il paese di bandiera della nave, rilasciare il pos, ma Salvini ritiene errata questa impostazione e ribadisce: non c'erano i presupposti per arrivare a formulare l'accusa pesantissima di sequestro di persona. «Tanto è vero - afferma la memoria - che Spagna e Malta nello scambio di corrispondenza avvenuto nei primi giorni dell'agosto 2019, con un reciproco palleggio di responsabilità in ordine allo Stato che doveva rilasciare il Pos, non indicano mai l'Italia».

Infine, l'ex ministro ridimensiona l'intervento del Tar: «Giammai ebbe ad autorizzare lo sbarco, ma solo l'ingresso in acque territoriali italiane».