Il Papa nel deserto di Roma per pregare contro la peste

Francesco visita la chiesa con il crocifisso simbolo dell'epidemia del 1522. Un gesto per dare coraggio

Non c'è approdo più sicuro e più stabile della fede per vincere la più difficile delle sfide. Ieri il Papa ha attraversato il deserto di una Capitale vuota per qualche ora, abbandonando la fortezza sicura delle Mura Vaticane, richiamato prima dalla Basilica di Santa Maria Maggiore e dalla sua Vergine, Salus populi Romani, la cui icona è lì custodita e venerata, e dal Crocifisso miracoloso di San Marcello al Corso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la «Grande Peste» a Roma. Lì il Pontefice ha invocato la fine della pandemia. Un segnale potente al mondo e alla Chiesa nel giorno in cui il Santo Padre ha chiesto ai fedeli di essere come lui. Una cattedrale nel deserto. E non ce ne voglia don Sturzo, che così apostrofava le inutili opere pubbliche.

Il Papa infatti ha deciso che tutte le celebrazioni liturgiche della Settimana Santa si svolgeranno in streaming, senza fedeli. Certo, la decisione di chiudere le chiese spaventa e fa discutere, ma non può fare paura. «L'isolamento per l'epidemia faccia capire il valore dell'unità per i cristiani», è il messaggio di papa Francesco nel primo weekend dell'Italia tutta blindata. Ogni cattolico sa che dove è accesa una preghiera, dove si ricorda il sacrificio di Cristo per l'uomo, lì Dio c'è. Anche se intorno a noi non c'è nessuno. Ed è in questo mistero che va interpretata la sfida lanciata dal Papa. A nome di tutti.

Il deserto è il luogo tipico della tentazione perché è un luogo di verità in cui, rimanendo solo con se stesso, l'uomo impara a conoscere questa dinamica di tentazione che è dentro di lui, e non fuori. Gesù lo insegna con chiarezza - e ce lo racconta Marco - quando dice «è dal cuore degli uomini che escono le intenzioni cattive». Il deserto ce lo portiamo in tasca. Non è forse un deserto il nostro smartphone, coscienza perenne ma non invulnerabile delle nostre debolezze e dei nostri segreti? Non è forse un deserto Facebook, un non luogo diventato habitat naturale all'abbandono e alla tentazione, alla rabbia e al risentimento? Lo dicono anche le Scritture scelte per la Quaresima: nel deserto il tentatore non è il Diavolo, è il deserto stesso, che Gesù sfida per affrontarne l'orrore. Il vuoto, l'assenza. Il male non esiste: è assenza di bene, di luce. È assenza di Dio, un vuoto che ci risucchia in un infinito buco nero.

È in momenti di angoscia come quelli che stiamo vivendo che si capisce quanto siamo fragili. Dentro le chiese, confortati dalla parola di Dio, ci sentiamo forti. A tutti i credenti manca il proprio sacerdote, ed è il Papa a ricordare loro di «essere vicini al popolo perché il popolo non si senta abbandonato». Ma non è questo il momento di cercare un rifugio. Anzi, è proprio dentro il deserto delle nostre case che la sfida ci aspetta. Il più invisibile dei nemici non è il Coronavirus ma la nostra fragilità. Il Papa l'ha sfidata abbandonando la sua casa, richiamato da Dio. Oggi che ci si trova senza appigli, senza ancore, senza certezze, dove il tempo e lo spazio non trovano più cittadinanza se non negli oggetti che stancamente lo scandiscono, il Papa affronta il Male nel deserto di una Roma smarrita, come Pio XII fece sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale, e invoca l'aiuto di Dio per sconfiggerlo.

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