Pazienti morti in corsia: ergastolo all'ex primario

Condannato Leonardo Cazzaniga, medico a Saronno: «Volevo rendere dignitosa la fine»

La condanna all'ergastolo per 12 omicidi in corsia. È arrivata nel pomeriggio di ieri la sentenza della Corte d'assise di Busto Arsizio per Leonardo Cazzaniga, l'ex viceprimario dell'ospedale di Saronno. I giudici non hanno dato credito alle dichiarazioni dell'imputato, che ha sostenuto di aver voluto dare una «dolce morte» ai suoi pazienti. Per la Corte, che ha inflitto anche tre anni di isolamento diurno, si è trattato di omicidio volontario. Il medico è stato assolto da tre dei 15 casi contestati.

L'accusa riguardava la morte di 15 persone, 12 pazienti e tre persone legate (marito, madre e suocero) alla ex amante di Cazzaniga, l'infermiera Laura Taroni. Quest'ultima è stata processata con il rito abbreviato e condannata in Appello a 30 anni di carcere per due degli omicidi. «Non ho nulla da dichiarare», dice dopo la lettura del verdetto il procuratore Gian Luigi Fontana, che ha sostenuto l'accusa con il pm Maria Cristina Ria e aveva chiesto il carcere a vita e l'assoluzione per uno solo dei casi. «Il mio assistito è molto provato», spiega il difensore, l'avvocato Ennio Buffoli. Cazzaniga era presente in aula la mattina e ha reso dichiarazioni spontanee, era assente invece al momento della sentenza. «Rispettiamo la sentenza, ma ci sentiamo liberi di non condividerla», aggiunge il legale.

L'ex viceprimario del pronto soccorso dell'ospedale in provincia di Varese, 64 anni, ha rivolto un appello ai giudici: «So che oggi può essere il giorno della dura catastrofe. Ma non ho mai agito né mai agirò come Lady Macbeth suggerì al consorte». L'ex medico ha ringraziato gli agenti penitenziari: «Mi hanno accudito e fatto sentire un essere umano e non un feroce assassino». E l'ex compagno di cella Stefano Binda, assolto in Appello dall'accusa di aver ucciso Lidia Macchi: «Senza la sua arguta, talora gioiosa presenza non sarei qui. Il suo profondissimo dolore, racchiuso in una intensissima, autentica religiosità, sono stati e saranno l'altissimo esempio di come si debba vivere per gli altri». L'imputato ha parlato del cosiddetto «protocollo Cazzaniga», che secondo la Procura consisteva nello stroncare i pazienti con farmaci in sovradosaggio: «Mi sono attestato nel compito gravoso, nel senso più alto e nobile di queste parole, di intraprendere un cammino di vicinanza al morire nel tentativo di rendere dignitose morti altrimenti indegne, violente e disumane. Il mio vivere è stato improntato al tentativo, umanamente imperfetto, di curare». Clelia Leto, l'infermiera che per prima segnalò i comportamenti anomali dell'allora viceprimario, ha dichiarato: «Rifarei tutto. Bisogna sempre denunciare quando ci sono ingiustizie subite da chi non ha voce». Mentre Gabriella Guerra, sorella di una delle vittime: «Non sono sollevata, la condanna non può lenire il nostro dolore, il modo in cui questi eventi ci hanno travolto».

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