Scherza coi fanti, non scherzare coi mammasantissima della ìndrangheta. Il Giornale ha rivelato assieme alla Stampa la verità dietro i giallo del docufilm World Wide Mafia sulla vita di Nicola Gratteri, sparito dopo due settimane da Disney+. Non c'è un problema di bug audio-video, come è stato falsamente fatto circolare: a fermare la messa in onda è stato il pentito di mafia Emanuele Mancuso, rampollo di una delle più sanguinarie famiglie di 'ndrangheta del Vibonese, reso purtroppo riconoscibile nella sua intervista - finita nei reel di presentazione del documentario - in modo da metterne in pericolo l'incolumità. Colpa del regista Jacques Charmelot, marito di Lilli Gruber, che avrebbe scelto di non modificare la sua voce e le sue fattezze come previsto dalla liberatoria firmata nel 2021, costringendo così i legali del pentito a ritirarla in attesa di una modifica al video che non sembrerebbe così scontata. Tanto che adesso il collaboratore di giustizia avrebbe intenzione di denunciare il regista, che secondo fonti vicine alle due parti avrebbe offerto 20mila euro a Mancuso per chiudere la querelle, minacciando un'azione legale ritorsiva contro di lui e la sua legale di fronte al loro rifiuto.
Quando si scrive di mafia bisognerebbe avere molta attenzione. In altre interviste, come quella intensa concessa ad Alessandro Gaeta del Tg1, l’ultima prima di World Wide Mafia dopo le tre rilasciate a Klaus Davi e Mediaset fino a quella del 2022 , sono emerse tutte le complessità della scelta di Emanuele Mancuso. Lui non è il classico boss che si pente dopo una vita a ammazzare gente ma è molto di più: è un ragazzo mai stato mafioso, che non ha mai commesso reati di sangue. Che si è pentito appena ha saputo che stava per avere una figlia. Che fa il padre di una bambina senza la moglie al suo fianco. Perché la sua compagna ha preferito restare fedele alla 'ndrangheta piuttosto che al marito e alla bambina adolescente, finita in un programma di protezione blindato e complesso, che questo pasticcio rischia di complicare ulteriormente. Il Giornale per primo ha anticipato la diffida legale dell'avvocato Antonia Nicolini, che pur di proteggere l'incolumità del suo assistito messa a rischio dalla leggerezza con cui Charmelot avrebbe gestito finora questa vicenda, si è messa contro un colosso come Disney+. È lei in un esposto a ritenere necessario cambiare la voce e le inquadrature dell'intervista per non rendere riconoscibile la località protetta dove si trova da tempo, con una nuova identità, dopo la scelta di raccontare fatti e misfatti del proprio clan di appartenenza, ovvero i Mancuso di Limbadi, tra i clan più potenti dell'intera 'ndrangheta calabrese. Anche la Commissione centrale per i collaboratori che aveva autorizzato l'intervista di Mancuso solo in condizioni di totale sicurezza e mancata riconoscibilità potrebbe fare un passo indietro, di fatto vanificando per sempre la messa in onda del documentario prodotto da Disney+.
Mancuso non può parlare con nessuno senza autorizzazione, chi gli è vicino riferisce la sua amarezza. "Parlano di 'ndrangheta e poi mi fanno discorsi di soldi e minacciano me e il mio avvocato. Che dicono di tutela e poi mi hanno venduto come un sacco di patate", il suo sfogo con le persone a lui più care.
Anche IBC Media, società che da due anni lavora al documentario con il procuratore Gratteri, avrebbe minacciato ritorsioni legali su Mancuso e il suo legale per la liberatoria negata. Un bel pasticcio anche per il coraggioso magistrato calabrese, schiacciato tra l'interesse mediatico e quello investigativo.