C'è stato un tempo in cui l'Italia veniva indicata in Europa come esempio di scarsa stabilità, la frequenza con cui si alternavano i governi insieme alla breve durata degli esecutivi ci aveva reso protagonisti in negativo a livello internazionale. Tra chi guardava all'Italia con stupore c'era la Gran Bretagna abituata alla stabilità dei propri governi a cominciare da quelli di Margaret Thatcher (al potere per 11 anni e 209 giorni) e Tony Blair (a Downing Street per 10 anni e 56 giorni). Ora le cose si sono invertite e, se il governo Meloni si appresta a diventare a settembre il più longevo della storia italiana, dal 23 giugno 2016 (giorno della Brexit) ad oggi oltre Manica si sono succeduti ben sei esecutivi.
Il primo a lasciare l'incarico di primo ministro è stato il conservatore David Cameron. Fino a quel momento in ascesa, si schierò contro la Brexit dopo aver convocato lui stesso il referendum e, la dura sconfitta politica rimediata, lo costrinse alle dimissioni. A succedergli è stata Theresa May che ha governato dal luglio 2016 al luglio 2019 con l'obiettivo di gestire i difficili negoziati con l'Ue sulla Brexit bocciati per ben tre volte dal parlamento dovendo perciò indire elezioni anticipate da cui il partito conservatore non esce vincitore ed è costretto a stringere un accordo di governo con il Partito Unionista Democratico. Nel 2019 è il turno di Boris Johnson, tra i principali sostenitori della Brexit all'interno dei Tories, che vince le elezioni del 2019 con lo slogan Get Brexit Done ma viene poi travolto dagli scandali durante gli anni del Covid fino a rassegnare le dimissioni nel Settembre 2022.
A succedergli per soli 45 giorni, sancendo il record negativo del governo più breve della storia britannica, è Liz Truss. Il suo "mini-budget" con tagli fiscali non finanziati spaventa i mercati costringendo anche lei alle dimissioni. Così, a ottobre 2022, è la volta di Rishi Sunak, terzo primo ministro britannico in tre mesi, ma il suo consenso crolla vertiginosamente venendo sconfitto a luglio 2024 dal Partito Laburista che torna al potere. È così il turno di Keir Starmer che va al governo con un'ampia maggioranza finendo però per essere travolto da varie inchieste e da una situazione fuori controllo sull'immigrazione. Si arriva così alle dimissioni di ieri aprendo con tutta probabilità la stagione di Andy Burnham.
Se la Brexit non ha portato stabilità al sistema politico inglese è innegabile che qualcosa non abbia funzionato anche in altri ambiti a cominciare dai due cavalli di battaglia dei favorevoli all'uscita dall'Ue: l'economia e l'immigrazione. Secondo uno studio del National Bureau of Economic research, "entro la fine del 2025 la Brexit avrebbe ridotto il Pil del Regno Unito del 6-8%, con un impatto che si sarebbe accumulato costantemente nel tempo. Stimiamo che gli investimenti si siano ridotti del 12-13%, l'occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4%". Lo stesso dicasi per l'immigrazione con un paradosso. Se è diminuita l'immigrazione in Gran Bretagna dai paesi europei è invece aumentata dalle nazioni extra Ue in particolare da India, Nigeria, Pakistan con un tema legato alla diversa assimilazione culturale. Nel 2023 si è raggiunto il saldo migratorio record pari a 944.
000 persone per poi calare.Nonostante ciò il consenso di Nigel Farage, principale promotore della Brexit, è ai massimi storici e il suo partito Reform Uk è il primo nei sondaggi, segno che Bruxelles continua a non scaldare il cuore degli inglesi.