Quattro mamme su 10 smettono di lavorare. Italia tornata a 70 anni fa

Carenza di aiuti, asili cari, orari inconciliabili. E chi si tiene il posto, lo fa part time (39,2%)

Quattro mamme su 10 smettono di lavorare. Italia tornata a 70 anni fa

Verrebbe da dire che ci abbiamo provato, ma non ci siamo riuscite. In occasione della festa della mamma (domani), il settimo rapporto di Save the Children, «Le Equilibriste: la maternità in Italia 2022», ci racconta che siamo tornate indietro di sett'anni. Senza un posto, e con troppi ruoli, a cavallo di tutto, decisive da nessuna parte. A passi indietro e in bilico perenne su una fune tesa tra figli, lavoro, casa, matrimonio, rinunce. Né casalinghe, né lavoratrici. Né sottomesse, né emancipate. E quindi scomode ovunque, «abusive» in tutto. Facciamo meno figli, li facciamo più tardi nel tentativo (anche) di costruirci una carriera che tanto salta in aria comunque al primo intoppo. Perché veniamo assunte meno, perché veniamo pagate comunque meno, e quindi il nostro lavoro è il più sacrificabile all'interno della famiglia. Perché non abbiamo aiuti, perché gli asili sono troppo cari, perché troppo spesso non sappiamo come fare, come conciliare e venirne a capo.

E allora siamo le prime a dimetterci o a chiedere un part time per poterci occupare anche di tutto il resto. La sintesi della condizione professionale delle donne nel mercato del lavoro, si potrebbe riassumere nella frase «le ultime ad entrare, le prime ad uscire». Si sceglie la maternità sempre più tardi (in Italia l'età media al parto delle donne raggiunge i 32,4 anni) e si fanno sempre meno figli (1,25 il numero medio di figli per donna). E c'è da capirlo, viste le condizioni. Le donne devono spesso rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari (il 42,6% tra i 25 e i 54 anni con figli, risulta non occupata), con un divario rispetto ai loro compagni di più di 30 punti percentuali, oppure laddove il lavoro sia stato conservato, molte volte si tratta, appunto, di un contratto part-time (per il 39,2% delle donne con 2 o più figli minorenni). Solo poco più di un contratto a tempo indeterminato su dieci tra quelli avviati nel primo semestre 2021, è a favore delle donne. Nel 2020 sono state più di 30mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni, spesso per motivi familiari anche perché non supportate da servizi sul territorio, carenti o troppo costosi, come gli asili nido (nell'anno 2019-2020 solo il 14,7% del totale dei bambini 0-2 anni ha avuto accesso al servizio finanziato dai Comuni). Poi ovviamente c'è stata la pandemia a peggiorare il tutto. Si tratta di uno scenario molto complesso, quello del nostro Paese, nel quale, come sottolinea il rapporto di Save the Children, «le mamme sono alla continua ricerca di un equilibrio tra vita familiare e lavorativa, spesso senza supporto e con un carico di cura importante». Lo scenario delineato dai dati (che include l'Indice delle Madri, elaborato dall'Istat per l'associazione) indica un mancato sostegno pubblico alle mamme che affonda le sue radici nelle disparità di genere. Per le diplomate, ad esempio, i salari sono sempre inferiori e il divario di genere tende ad aumentare nel tempo. Il reddito mensile lordo medio stimato per i ragazzi nell'anno del diploma ammontava a 557 euro, per le ragazze a 415. Nell'anno successivo, in cui i lavori cominciano ad essere più stabili, sale a 921 euro per gli uomini, mentre per le donne è di 716 euro. Attorno ai trent'anni, gli uomini mostrano una traiettoria salariale ancora in crescita, quella femminile si appiattisce. Questo spiega come il reddito della donna all'interno di una famiglia, essendo il più basso, sia sacrificabile, generando un circolo vizioso che favorisce l'esclusione femminile dal mercato del lavoro. E insomma, ci sono le mamme, ma non c'è alcuna festa.

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