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Quei 100 miliardi per salvare il dialogo (e i rischi di riarmo)

Piano Qatar-Usa per sbloccare i fondi a cui l'Iran non può rinunciare. Ma che potrebbero finanziare le milizie alleate

Quei 100 miliardi per salvare il dialogo (e i rischi di riarmo)
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"Dispiace che (Trump) non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente". Giorgia dixit. E Donald conferma. Mentre i comandi militari di Teheran minacciano di richiudere Hormuz una delegazione americana con in testa il vicepresidente JD Vance e i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner attende la controparte in Svizzera. Ma in questo contesto l'Amministrazione Trump lavora, d'intesa con il Qatar, per garantire lo scongelamento di circa cento miliardi di dollari da restituire a Teheran. Quel fiume di denaro è, nei fatti, l'unico strumento nelle mani del Presidente per chiudere una trattativa impossibile. E, soprattutto, garantirsi qualche mese di tregua in vista delle elezioni di midterm. Ma ci riuscirà? Il risultato, vista la determinazione con cui la Repubblica Islamica sembra legare gli accordi alla tregua in Libano, non è così scontato. Dall'altra parte quel gruzzolo rappresenta un'indispensabile boccata d'ossigeno per un regime che necessita di valuta straniera per contenere l'inflazione, fronteggiare la crisi economica e acquistare beni di prima necessità sui mercati internazionali.

Ma da dove saltano fuori quei cento miliardi? Si tratta in gran parte di pagamenti per le partite di greggio vendute dall'Iran sui mercati internazionali nel corso dei decenni. Pagamenti transitati su conti che spaziano dalla Cina al Qatar e dall'India all'Iraq, ma rimasti bloccati in seguito alle sanzioni americane. Sui conti qatarioti ci sono, ad esempio, sei miliardi di dollari. Provengono dalla Corea del Sud dove rimasero bloccati fino al 2023 quando l'Amministrazione Biden ne autorizzò lo scongelamento nell'ambito di un accordo per la liberazione di cinque americani detenuti in Iran. Ma nonostante la mediazione dell'Emirato quei miliardi non arrivarono mai sui conti iraniani. All'indomani del 7 ottobre, infatti, l'Amministrazione Biden accusò l'Iran di aver collaborato alle stragi messe a segno da Hamas e ordinò il ri-congelamento dei fondi. Accuse evidentemente "dimenticate" da Trump pronto ad affidarsi alla mediazione qatariota per restituire all'Iran non solo quei 6 miliardi, ma anche gli altri fondi disseminati sui conti internazionali.

Quei cento miliardi non sono gli unici su cui potrà contare Teheran. Con la firma del Memorandum d'Intesa Donald Trump si è impegnato a sospendere, durante le trattative, ogni sanzione sulle vendite di petrolio iraniano. Durante il negoziato la Repubblica Islamica potrà dunque incassare altri miliardi grazie alle vendite di petrolio. E benché Teheran si sia impegnata ad utilizzare quei fondi soltanto per finalità umanitarie molti già si chiedono, ricordando la scaltrezza del regime, quanta parte di quei miliardi verrà utilizzata per fornire nuove armi alle milizie di Hamas ed Hezbollah. E, per dirla con Giorgia Meloni, quanta parte dell'accordo voluto da Trump finirà con il rivelarsi un boomerang destinato a colpire l'alleato israeliano.

Ma se gli alleati piangono Washington ha poco di cui rallegrarsi. Per capirlo basta ascoltare le voci provenienti dalla Cina. Nella lettura degli analisti del regime la disfatta negoziale subita da Trump nella trattativa con Teheran è paragonata alla crisi di Suez del 1956.

Quella segnò la fine dell'impero inglese, questa promette di sancire la fine dell'egemonia americana a livello globale. Per la gioia di una Cina che Trump sperava di mettere in ginocchio grazie al controllo del petrolio iraniano.

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