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Politica

Ranucci (Unicusano) sul tetto del 30%: “Serve l’italiano”. Su Carfora: “Scuola presidio sociale”

Il dibattito sul tetto agli studenti stranieri in classe, indicato da Giorgia Meloni dal palco di Fenix

Ranucci

Un tetto del 30% agli studenti stranieri in classe e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici. Sono le misure indicate da Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la manifestazione giovanile di Fratelli d’Italia, e che ora potrebbero tradursi in un provvedimento all’esame del Consiglio dei ministri.

Il dibattito si apre in una giornata simbolicamente significativa. Ad Amatrice, inaugurando l’anno scolastico, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito la scuola «la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di immigrati». Un richiamo che sposta l’attenzione dal solo dato numerico della presenza straniera nelle classi alla funzione sociale dell’istruzione: un luogo dove imparare la lingua, costruire relazioni e diventare parte della comunità.

Sul tema è intervenuta anche una delle personalità più autorevoli dell’esperienza educativa nei territori difficili: Eugenia Carfora, preside dell’Istituto Morano di Caivano.

Per approfondire il confronto tra esigenze organizzative, inclusione e contrasto alla dispersione scolastica, Tag24 ha raccolto l’opinione di Stefano Ranucci, vicepresidente del Cda dell’Università Niccolò Cusano, che conosce personalmente la prof.ssa Carfora e ne segue da vicino l’impegno educativo sul territorio di Caivano.

Dottor Ranucci, il tetto del 30% è uno strumento di vera integrazione o rischia di diventare una formula burocratica che sposta gli alunni senza risolvere le difficoltà della scuola?

“Partirei da una premessa. Il tema è stato rilanciato dalla presidente Meloni davanti ai giovani di Fratelli d’Italia, quindi in un contesto politico nel quale inevitabilmente si utilizzano formule più immediate rispetto a quelle che si userebbero illustrando nel dettaglio un provvedimento. Quindi riassumendo, stiamo commentando le parole di una leader ad un pubblico di militanti.

Nel merito. Il punto, e sono convinto che il Premier intendesse questo, non può essere la provenienza geografica di un ragazzo, ma la sua capacità di partecipare alla vita scolastica e di seguire il percorso didattico. Su questo trovo importante la precisazione fatta dal ministro Valditara: il criterio centrale deve essere la conoscenza dell’italiano.

Io partirei da un principio: nessuno deve rimanere indietro, ma questo non può significare impedire a chi ha capacità e strumenti di andare molto avanti. La scuola deve fare entrambe le cose: recuperare chi è in difficoltà e valorizzare chi può eccellere.

Vi faccio un esempio concreto: uno studente libanese che parla perfettamente italiano, non è un problema da inserire in una percentuale: è una ricchezza per la classe. Porta una cultura diversa, magari parla arabo e francese, può creare curiosità e conoscenza nei suoi compagni. Se invece quello stesso ragazzo non è in grado di comprendere la lingua nella quale si svolge la lezione, abbiamo prima di tutto un problema per lui, perché rischiamo di condannarlo all’emarginazione, e poi un problema didattico per tutta la classe. È lì che deve intervenire la scuola".

Mattarella dice che la scuola è la leva più efficace dell’integrazione. Quale risposta concreta deve dare lo Stato quando una scuola supera la soglia prevista?

“La scuola è uno straordinario strumento di integrazione ma innanzitutto di formazione e le cose devono coesistere senza che l’una impedisca l’altra, altrimenti il rischio è alto.La lingua è il primo requisito, ma io andrei persino oltre. Lavorando nel mondo universitario, vedo quanto sia importante arrivare ai livelli successivi dell’istruzione con fondamenta solide. Dovremmo avere il coraggio di stabilire quali siano le competenze minime necessarie per affrontare con profitto ogni fase del percorso scolastico.

E dobbiamo anche liberarci dall’idea che far ripetere un anno a un bambino o a un ragazzo sia necessariamente una sconfitta. La vera sconfitta è promuovere qualcuno che non possiede ancora gli strumenti necessari, trascinandosi quella lacuna per gli anni successivi. Aiutare significa mettere una persona nelle condizioni di riuscire, non abbassare progressivamente l’asticella".

A Caivano, la preside Carfora ha trasformato la scuola in un presidio sociale, andando lei stessa a recuperare gli studenti che avevano abbandonato. Il modello da seguire è una scuola che amplia i propri strumenti per intercettare chi rischia di restare fuori?

“Conosco la preside Carfora da molti anni e ho avuto modo di apprezzare da vicino la passione e la determinazione con cui interpreta il proprio ruolo. È proprio per questo che l’esperienza di Caivano mi sembra particolarmente significativa: perché non nasce soltanto dalla necessità di affrontare un’emergenza, ma da una precisa idea di scuola e di comunità.

Da troppo tempo discutiamo di scuola quasi esclusivamente come di un insieme di problemi da risolvere: mancano docenti, gli edifici hanno bisogno di interventi, c’è la dispersione scolastica, mancano risorse. Sono problemi reali e vanno affrontati. Ma se occupiamo tutto il nostro tempo a gestire l’emergenza, rischiamo di non chiederci mai quale scuola vogliamo costruire tra venti o trent’anni.

Esperienze come quella di Caivano hanno un valore proprio perché allargano il perimetro. La scuola non è soltanto il luogo dove un ragazzo entra alle otto ed esce alle due: può diventare un presidio culturale e sociale capace di intercettare una difficoltà prima che diventi abbandono".

La preside di Caivano sogna scuole aperte tutto il giorno, persino di notte. È una visione idealistica o una risposta concreta alla dispersione scolastica, alla solitudine delle famiglie e al rischio che i ragazzi trovino altrove modelli sbagliati?

“Può sembrare idealistica se la guardiamo con gli strumenti della scuola di oggi. Diventa molto meno idealistica se cominciamo a ragionare sulla scuola del 2050.

Io credo che dovremmo aprire due tavoli contemporaneamente. Uno deve occuparsi dell’oggi: insegnanti, edifici, dispersione, sicurezza, competenze linguistiche. L’altro dovrebbe avere il coraggio di dimenticare per un momento l’emergenza e progettare la scuola dei prossimi decenni.

Nel mondo si sta già discutendo di intelligenza artificiale, di sistemi capaci di moltiplicare le capacità cognitive, di personalizzazione estrema dell’apprendimento e di un rapporto completamente nuovo tra essere umano e tecnologia. Se noi affrontiamo quella trasformazione continuando a discutere soltanto di banchi e manutenzione degli edifici, rischiamo di arrivare alla scuola del futuro occupandoci ancora esclusivamente dei problemi della scuola del passato.

Una scuola aperta più a lungo, capace di offrire sport, cultura, tecnologia, laboratori e luoghi di aggregazione può quindi essere molto concreta, soprattutto nei territori nei quali l’alternativa alla scuola è spesso la strada".

Se dovesse sintetizzare il punto di equilibrio tra le parole di Meloni, l’appello all’integrazione di Mattarella e l’esperienza sul campo di Carfora, quale sarebbe?

“Lo sintetizzerei in quattro parole: formazione, integrazione, merito e futuro.

L’integrazione significa mettere chi parte svantaggiato nelle condizioni di raggiungere gli altri. Il merito significa non chiedere agli altri di rallentare affinché nessuno emerga. Il futuro significa smettere di pensare alla scuola soltanto come a un problema amministrativo da gestire.

Per questo non farei mai una battaglia sul passaporto di un ragazzo. La farei sulle competenze. Chi arriva da un altro Paese e possiede gli strumenti per partecipare pienamente alla scuola italiana è una risorsa, non un problema. Chi quegli strumenti ancora non li possiede deve essere aiutato seriamente ad acquisirli.

E aggiungerei una cosa: non dobbiamo avere paura di essere esigenti. Una scuola inclusiva non è una scuola che promuove tutti indipendentemente dai risultati. È una scuola che investe su tutti perché ciascuno possa raggiungere risultati veri. Abbassare l’asticella può sembrare inclusivo nel breve periodo, ma rischia di produrre disuguaglianze molto più profonde nel lungo periodo".

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