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Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Le difficoltà a gestire Bibi e la crescente pattuglia di Repubblicani "ribelli"

Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)
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Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni.

Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

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