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Il rebus Senato per l'Italia: appesi a una preposizione

Il ddl Boschi voleva l'elezione dei membri di Palazzo Madama "nei" Consigli regionali ma la Camera ha approvato un testo che prevede "dai". Riparte il Vietnam parlamentare

Il rebus Senato per l'Italia: appesi a una preposizione

Un Paese appeso ad una preposizione. Un governo le cui sorti potrebbero dipendere da una disputa procedurale sul significato delle parole «dai» e «nei», da settimane terreno di scontro tra maggioranza e opposizioni e materia di dissertazione per costituzionalisti. Tutti ne parlano da prima dell'estate, ma pochi conoscono il risvolto formale di un braccio di ferro che in verità è tutto e solo politico. Una politica così in affanno sulla sostanza da dal doversi nascondere dietro i cavilli della forma.

Quando a settembre arriverà a Palazzo Madama il ddl Boschi - che cancella il bicameralismo perfetto e il Senato elettivo - il suo destino sarà infatti legato alla disputa in corso in queste settimane sull'articolo 2 del provvedimento. Nel comma che riguarda la durata in carica dei senatori, il testo attuale - come modificato dalla Camera - prevede che coincida con quella degli organi «dai» quali sono stati eletti, mentre il testo originario parlava di organi «nei» quali sono stati eletti. Secondo gli uffici legislativi di Palazzo Chigi (quindi Matteo Renzi) e della commissione Affari costituzionali del Senato (quindi la neorenziana Anna Finocchiaro), la modifica della preposizione articolata non cambia la norma e saremmo dunque di fronte a quella che tecnicamente viene definita una «doppia conforme». Così fosse, l'articolo 2 - quello che disciplina la composizione del nuovo Senato - non potrebbe essere più modificato, con buona pace degli oltre 513mila emendamenti presentati dalle opposizioni. Tra questi, peraltro, alcuni - ma sostanziali - vengono dalla stessa maggioranza e sono stati sottoscritti dalla minoranza del Pd.

Il problema è che i tecnici di Palazzo Madama (e quindi Piero Grasso) la vedrebbero diversamente. Stando ai rumors , infatti, secondo gli uffici legislativi del Senato la modifica muterebbe comunque il testo dell'articolo 2 che può quindi essere nuovamente esaminato e, nel caso, modificato. In materia, ricordava ieri il costituzionalista Michele Ainis sul Corriere della Sera , esiste anche un precedente che risale alla Devolution, la riforma che fu poi bocciata dal referendum. Il testo del Senato diceva «in ogni caso in cui», quello della Camera «in ogni caso che» e il 15 marzo del 2005 Palazzo Madama lo votò daccapo.

Senza entrare nei tecnicismi e nel merito di chi abbia ragione o torto, quel che è certo è che siamo davanti ad un vero e proprio pasticcio. Dovuto alla fretta con cui il governo ha forzato i tempi sul ddl Boschi alla Camera e al fatto che la questione non sia stata affrontata quando Montecitorio ha considerato ammissibile l'emendamento che ha modificato la preposizione incriminata. Sulla quale la politica si arrovella da prima dell'estate, perché a seconda di come finirà questa partita si arriverà o meno al redde rationem tra Renzi e la minoranza del Pd.

Se finirà per passare l'interpretazione degli uffici legislativi di Palazzo Madama, infatti, il ddl Boschi diventerà il terreno di scontro tra la maggioranza e le opposizioni. Non solo con M5S, Forza Italia e Lega ma soprattutto con la fronda dem che pare intenzionata a puntare i piedi sui suoi emendamenti ed arrivare così alla resa dei conti con Renzi. Una partita, insomma, che esula completamente dai destini del bicameralismo perfetto e del Senato elettivo, ma che è solo e squisitamente politica.

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