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L’Inquisizione contro Becciu è sconfitta. Io l’ho difeso (in solitaria) e oggi esulto

Il cardinale fatto a pezzi senza diritto alla difesa. Un abominio. Chiesa e stampa: nessuno chiederà scusa per questo "sacro imbroglio"

L’Inquisizione contro Becciu è sconfitta. Io l’ho difeso (in solitaria) e oggi esulto

E adesso che si fa? Che farà Papa Leone XIV? Deporrà dalla croce il cittadino vaticano, prima ancora che cardinale, Angelo Becciu? Era stato inchiodato ed esposto al mondo nella parte del ladrone cattivo, alle 18.30 di giovedì 24 settembre 2020, accusato di aver rubato i soldi che il Papa aveva destinato ai poveri. Testuale. Inoltre avrebbe sperperato l'obolo di San Pietro in affari da bandito. Sono passati cinque anni e sei mesi da allora, ed ecco che martedì, la Corte d'Appello ha annullato questo Golgota fasullo, ingiusto, annullando non solo la sentenza ma anche il rinvio a giudizio: tutto. Solo l'assoluzione per alcune imputazioni è stata confermata definitivamente (tra cui udite, udite, nessuno l'ha mai scritto quella per truffa relativa al famoso Palazzo di Londra di Sloane Avenue).

Sono combattuto tra due sentimenti. Ma prima del sollievo e della gioia per l'azzeramento del processo, in me è più forte l'incazzatura. Chi sanerà le ferite per questa esposizione ostinata, indifesa, avendo contro Stato e Chiesa, popolo e prelati, giornali e televisioni, destra e sinistra, santi e diavoli? Qualcuno c'è stato, e scusatemi, sono costretto a indicare anzitutto l'inchiesta che ho firmato, con alcuni collaboratori, su Libero, sin dal 19 novembre del 2020 e, a seguire, sul Giornale e sul Tempo.

Insomma, l'ordinanza è uscita: 16 clamorose paginette contro la magistratura di primo grado: i pubblici ministeri, qui chiamati promotori di giustizia, e i giudici del tribunale, inerti dinanzi allo scempio del diritto praticato dalla procura papale. Ho ricevuto una telefonata per comunicare questo sconvolgimento. Non riuscivo a crederci. Ho cercato riscontri su Internet. Il Corriere della Sera, versione web, è stato prontissimo. Il 25 settembre 2020 in prima pagina aveva impalato il cardinale con un titolo senza possibile redenzione: «Il Papa caccia Becciu». Adesso delicatamente ripone il cadavere leggermente riabilitato di Becciu nella cronaca romana, come un incidente di quartiere.

Ma come? La Corte d'Appello vaticana rovescia il tavolo da cui è stato confezionato il sacco in cui è stata infilata e presa a bastonate la reputazione di un piccolo prete sardo, innalzato alla porpora, e gli dai meno peso dell'invasione di un cinghiale. I giudici hanno stabilito che il processo Becciu nasce viziato. Non in un dettaglio, ma ab ovo. Il procedimento si è sviluppato sulla base di una legge che era stata scritta dal Papa sulla sua scrivania (un rescriptum del 2 luglio 2019), consegnata al procuratore che gliel'aveva chiesta espressamente, e poi segretata, mai promulgata, mai resa conoscibile agli imputati. Tradotto: si è impedito loro di difendersi. E questo, in qualsiasi ordinamento che voglia dirsi civile, si chiama una cosa sola: violazione del diritto.

Legge viene da leggere. Lo aveva scritto san Tommaso nella Summa Teologica. La norma, se non puoi leggerla, non è legge: è arbitrio. Non serve essere Severino e Flick per capirlo. Eppure proprio i grandi giuristi appena citati, già ministri della Giustizia italiani, ingaggiati come avvocati dalle parti civili vaticane, hanno taciuto, mentre un uomo veniva inchiodato al pubblico ludibrio. Torniamo a quel 24 settembre 2020, alle 18:05, a Santa Marta: un articolo dell'Espresso non ancora in edicola già sulla scrivania del Papa, un'udienza di venti minuti, e poi la caduta immediata senza contraddittorio. Una crocifissione preventiva, come l'ha definita Alberto Melloni. Da quel momento Becciu non è più un indagato, ma un colpevole. Come lo sceriffo di Nottingham, e il resto del mondo si sente Robin Hood.

E nessuno osa alitare un dubbio. Nessuno tra i grandi giornali, nessuno tra quelli ecclesiastici, per timore di sembrare contro Francesco; nessuno tra gli intellettuali che pure amano erigersi a coscienza critica del Paese. La sparizione dello spirito critico è stata la vera anomalia. Quando tutti dicono la stessa cosa, non è perché hanno capito: è perché hanno smesso di guardare.

E intanto c'era un dettaglio che gridava. Gli articoli dell'Espresso pubblicati con una scansione temporale che precedeva gli eventi stessi: pagine create prima delle dimissioni obbligate. Come facevano a sapere? Qui il problema non è il complottismo: è l'anti complottismo, quella posa da superiorità che impedisce di vedere anche l'evidenza. I complotti qualche volta esistono. Giulio Cesare non è morto di suggestione. E anche nella storia sacra c'è chi ha preparato nell'ombra ciò che poi si è compiuto alla luce: un apostolo aveva tramato con i capi dei sacerdoti. Qui, se non c'è stata una congiura, c'è stato qualcosa che gli somiglia terribilmente: una convergenza di interessi, una regia senza firma.

Non ho competenze vaticane, ma la faccenda non mi quadrava. Unanimismo peloso. Provai a scandagliare. Finalmente ebbi tra le mani il lavoro di chi, mettendosi al fianco del prelato disonorato, si era reso conto dal primo istante dell'inghippo: l'avvocato di Verona Natale Callipari. Come un Livingstone alla ricerca delle sorgenti del Nilo aveva esplorato gli accadimenti noti e meno noti delle ore immediatamente precedenti alle 18 di quel giovedì maledetto a Santa Marta. Il risultato? La scoperta di quel che il titolo di Libero, allora da me diretto, chiamò a tutta prima pagina: «Il sacro imbroglio». Spiegava il sommario: «Le carte che assolvono il cardinale Becciu». Proseguiva: «Qualcuno ha incastrato» il porporato. Esposi, con ampiezza di particolari, la truffa, innanzitutto mediatica. Come faceva l'Espresso a scrivere delle dimissioni otto ore in anticipo sui fatti? Che dire poi delle singolari figure di donne che minacciavano a voce e per whatsapp? Questi scoop incontrarono il meticoloso silenzio del coro unico dei vaticanisti e dei rispettivi direttori. A sganciarsi dal plotone d'esecuzione giornalistico furono Ernesto Galli della Loggia, Lucetta Scaraffia e Giovanni Minoli, ed ancora li ringrazio.

So che il paragone con il caso Tortora viene ripetuto spesso fuori luogo. Non in questo caso. A me è capitato di rivivere la stessa solitudine della mia ribellione davanti a un panorama identico: accuse mostruose, unanimità mediatica, distruzione preventiva. Con una differenza: qui tutto accadeva non in un tribunale napoletano, con pentiti di camorra pluriassassini, ma in un quadro dove pareva che gli accusatori portassero l'aureola. Invece di rendere più scrupolosi, questa apparenza di santità infallibile aveva reso tutti ciechi e soddisfatti.

A parte gli errori sesquipedali della magistratura vaticana di primo grado al completo, da questa ordinanza clamorosa risulta intaccata la figura di papa Francesco. Mi ostino a ritenerlo anch'egli una vittima. Abbandonato e solo. Sovrano assoluto sulla carta, ma in realtà esposto a un meccanismo tecnico-giuridico che si è mosso da sé, senza controllo. Si è tirato in ballo un principio altissimo per giustificare le norme appositamente scritte per questo processo dal Pontefice e segretate per dare mano libera ai procuratori: Prima Sedes a nemine iudicatur (nessuno può giudicare il Papa). Quel principio però come ha ricordato sin dalla prima udienza l'avvocato Luigi Panella, le cui domande sono state spesso bloccate dal presidente Pignatone - dovrebbe ricordare una cosa molto semplice: anche il Papa è legato alla ragionevolezza e alla giustizia. Non può fare qualunque cosa solo perché può. Deve restare dentro il diritto. Ed è qui che nasce la domanda: perché nessun cardinale-canonista ha aiutato il Papa? Perché uomini di Chiesa formati nel diritto canonico, custodi di una tradizione giuridica millenaria, sono rimasti in silenzio, lasciando che a parlare fossero quasi solo i tecnici dell'accusa, mentre il Papa veniva esposto al rischio di decisioni giuridicamente fragili e simbolicamente devastanti?

I critici del processo sono stati dipinti e io in cima alla lista - come avversari del Papa, mentre erano, piuttosto, amici del Papa e della verità. E pesa, in questo clima, il servilismo di troppi, e gli osanna ecclesiastici tributati al direttore dell'Espresso Marco Damilano, premiato con la nomina a primo relatore del sinodo diocesano di Roma alla presenza di Papa Francesco (e quindi gratificato di un sontuoso contratto in Rai).

E così finisce tra i rovi quello che doveva essere il processo del secolo. Torquemada ha perso. Certo, si andrà avanti. Il processo ricomincerà a giugno. Ma finalmente ad armi pari. Senza norme segrete. Le carte finora occultate canteranno. E stavolta non saranno ritagliate per il comodo dei persecutori.

I giornali vaticani e Avvenire, quotidiano dei vescovi, intanto, minimizzano l'accaduto, nessun mea culpa ha scosso pubblicamente il petto di prelati o giornalisti, ma sarebbe pretendere troppo. Leone XIV come e quando ridarà a Becciu l'onore perduto, i diritti e i doveri di cardinale? Passeranno anni. Non può e non vuole influenzare il corso della giustizia, e già questo visto l'interventismo precedente è rivoluzionario. Nel frattempo, una cosa è certa.

Un uomo percosso non è crollato. Ha resistito. E mentre se ne stava inchiodato sulla sua croce, ha trovato la forza di sostenere altri, persino chi scrive, in momenti difficili per la salute. Questo conta. Il resto verrà.

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