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Roggero si consegna "Vivo in una follia. Ma qui ho già sentito di essere protetto"

Si è costituito a Bollate, un cavillo ha fermato l'iter. La moglie: "Me lo portano via". Noi stiamo col gioielliere: FIRMA LA PETIZIONE

Esclusiva Roggero si consegna "Vivo in una follia. Ma qui ho già sentito di essere protetto"

Una stanza di hotel. Piccola. Oltre la periferia di Milano. Il letto matrimoniale, un tavolino, una sedia, uno specchio. Mario Roggero ieri mattina era lì. Con l'anima in pezzi e la moglie Mariangela vicina. Non l'ha lasciato un secondo. Mario, quando lo chiamo, intorno alle tredici, sta aspettando di scendere al bar per mangiare qualcosa. La mente lì, fissa: alla cella che lo aspetta, alle sbarre, alla bocca di lupo, e poi al ricordo di quel giorno maledetto nel quale tre rapinatori, con coltelli e pistole in mano, diedero l'assalto alla sua gioielleria. La rapina, gli spari, la reazione, la morte. Mi risponde al telefono. Però mi dice che parlerà con me, perché mi conosce, ma non vuole in giro altri giornalisti. Ok.

Dov'è, signor Roggero? "Sono in un alberghetto a due chilometri dal carcere di Bollate. Mi sono consegnato, ma manca un documento e non possono farmi entrare. Devo aspettare. Sono alla mercé di qualche funzionario che non ha molta voglia di lavorare. Mercoledì sera sono stato al carcere fino alle dieci, poi mi hanno detto di tornare stamattina alle otto, e poi alle nove, e poi mi hanno detto di tornare in albergo che mi chiamano loro". Gli chiedo come è stato mercoledì sera l'impatto con il carcere. "Alle 5 del pomeriggio c'è stata la sentenza, e dopo la sentenza sono salito subito in macchina e mi sono presentato al carcere. Mi è venuta incontro una guardia e mi ha stretto la mano. Era silenzioso, mi guardava negli occhi, teneva stretta la mano, stretta stretta e non me la lasciava più. Poi è venuto un ispettore, sembrava anche lui molto scosso, mi ha detto che avevano seguito tutto il caso, che sapevano ogni cosa di me. Alla fine si è presentato anche il direttore del carcere. Ha detto che ci teneva ad accogliermi. Non è normale, sai, che un direttore del carcere si muova per accogliere un detenuto". Le ha fatto piacere? "Si, molto. Li ho sentiti vicini. Ho capito che vogliono proteggermi. Il direttore mi ha detto: Ci teniamo che lei sia venuto qui a costituirsi. Ho l'impressione che facciano quadrato intorno a me".

Chiedo se ha avuto solidarietà dai politici. Se ha avuto delle telefonate. Mi fa dei nomi: Salvini, Sasso, Cirio, Vannacci. Mi dice che la destra è compatta intorno a lui. Poi suggerisce: "Dammi del tu. Ti conosciamo, ti abbiamo visto battagliare in tv". Mario, gli chiedo, passando alla confidenza, qual è il tuo stato d'animo? Non ha voglia di rispondere. Forse non riesce neppure a trovarla la risposta. Sussurra qualcosa: "Ho rincuorato la mia famiglia, i miei figli. Ho detto loro dell'accoglienza alla porta del carcere".

Insisto: come ti senti in queste ore, cosa pensi, che ti passa per la testa? "Alti e bassi - risponde - Momenti strazianti. Penso di vivere in una follia. Cosa faccio? Ho avuto una videochiamata dei nipotini. Uno ha otto anni. Nonno, mi ha chiesto, è vero che sei in carcere? Nonno, se non ti mettono in carcere ci porti a Gardaland?. Ho detto di sì. Vi porto a Gardaland. Cosa dovevo dire? Ma io non posso portarli a Gardaland perché devo andare in cella per 15 anni, fino a quando avrò 87 anni. Come faccio a rispondere alla sua domanda sullo stato d'animo? È impossibile. Mia moglie è con me. Mi consola. Le figlie sono disperate. Cosa mi passa per la testa, lei mi chiede? Mi passa per la testa che vado dentro. Tutto qui". Fa un attimo di silenzio poi gli passa in mente un'altra preoccupazione: "Ho mucchi di documentazioni da smaltire. Ho tantissimo lavoro arretrato. Chi lo farà quel lavoro, quando, con che spirito?". Ci pensa un attimo. Forse si rincuora: "Lo farà mia moglie. Ascolti lei, gliela passo al telefono".

Signora, le chiedo subito, mi dica come sta. "Devastata", risponde. Si ferma un attimo a pensare e poi si sfoga: "Dal giorno che è successa quella rapina. Sono cinque anni. Cinque anni, così, appesi, accusati, processati, vilipesi. Ora siamo nel momento d'apice della situazione più assurda che si possa immaginare. Sono 50 anni che lavoriamo insieme io e mio marito. Ho trascurato la famiglia per il lavoro. Tutto spazzato via, e mi portano via Mario. E non posso fare niente per difendermi. Cosa ho sbagliato? Quattro figli, né maternità né mutua. Al lavoro sette giorni su sette, niente ferie. Ecco il risultato. Immagina come ci si può sentire. Indescrivibile. Otto nipoti dai 4 ai 20 anni. Sono tutti distrutti. I giudici hanno deciso così. Di seppellire Mario e di rovinare tutti noi". Chiedo a Mariangela cosa sente ora che Mario sta per entrare in prigione. "Mi sembra di essere in un incubo. Ora mi sveglio, ora mi sveglio, dico a me stessa. Non può essere così. Non può esistere, non deve esistere. E mi torna quell'immagine: il bandito che punta la pistola alla testa di mia figlia. Il terrore, l'impotenza, la rabbia. E chi paga? Paga Mario, paghiamo noi.

E poi, quando Mario sarà entrato a Bollate io torno al negozio, lo riapro, e penso: E se vengono di nuovo? Non ci sarà più mio marito a difendermi. Sarò sola sola di fronte ai loro revolver".

Signora, e ora che farò con suo marito? "Non so. Certo non lo lascio solo".

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