Salta l'accordo con il colosso cinese. E ora si va avanti con lo scorporo

Per Cnh Industrial inadeguata anche la nuova offerta di Faw. Pesano pure le rigidità di Pechino. La sfida elettrica

Salta l'accordo con il colosso cinese. E ora si va avanti con lo scorporo

Faw-Iveco: salta tutto, con buona pace di governo, opposizione e sindacati, almeno secondo le affermazioni ufficiali. Stando così le cose, Iveco resta nel perimetro di Cnh Industrial e i cinesi di Faw dovranno battere altre strade per avere in casa loro un affermato produttore di camion. Il colpo di scena, anticipato da Bloomberg, è stato poi spiegato dal gruppo che fa capo alla Exor di John Elkann con una nota: «Cnh Industrial conferma che ha terminato le discussioni con Faw Jiefang relative al business On-Highway dell'azienda e che continua a perseguire i piani esistenti in vista della separazione di queste attività nella prima parte del 2022. Cnh Industrial crede che sussistano significative opportunità per sviluppare il proprio business On-Highway come fattore di accelerazione nell'attuazione di soluzioni e infrastrutture per trasporti sempre più sostenibili, in linea con le ambizioni del Green Deal dell'Ue».

La ragione della rottura riguarda ufficialmente la nuova offerta arrivata da Chengchun, quartier generale di First Automobile Works, il più grande costruttore del Paese, ancora una volta non ritenuta adeguata. Nel 2020 sul tavolo della presidente di Cnh Industrial, Suzanne Heywood, era arrivata - come ricorda Bloomberg - la proposta di chiudere con 3,6 miliardi di dollari.

Al di là del valore dato dai cinesi a Iveco, dietro l'interruzione delle trattative (da vedere comunque quanto temporanea o definitiva), ci sarebbero altre cause direttamente legate alla legislazione vigente a Pechino.

Iveco, una volta cambiata proprietà, avrebbe infatti avuto bisogno di una buona dose di investimenti immediati. E la normativa cinese, vista la provenienza estera della società acquisita, su questo punto è molto rigida. Da qui l'impossibilità di dar vita ai piani stabiliti. Da parte di Faw, comunque, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stata la volontà di rispettare i dettami del golden power, quei poteri speciali del governo più volte rimarcati dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. «Il caso Pirelli-ChemChina - dice un analista - è un esempio eloquente».

Iveco, a questo punto, resta in Cnh Industrial e, una volta concluso lo scorporo, avvalendosi anche degli accordi con l'americana Nikola, forte nelle tecnologie elettriche e a idrogeno, svilupperà la sua strategia green.

Nel 2019, Cnh Industrial aveva annunciato i piani di scorporo delle sue attività: da una parte le società On-Highway e dall'altra i mezzi agricoli e da lavoro. Il progetto è stato poi rinviato a causa del Covid. All'assemblea del 15 aprile scorso, la presidente Heywood e l'ad Scott Wine hanno sottolineato di «voler realizzare lo spin-off il prima possibile».

Il passaggio di Iveco, seppure senza la divisione Difesa, a un gruppo estero, avrebbe attirato sulla famiglia Agnelli pesanti critiche dalla politica e dal sindacato. L'auspicio, ora, è che il caso Iveco risvegli nella politica l'esigenza che il patrimonio industriale del Paese sia preso in maggiore considerazione e sia una priorità nella fase di rilancio post pandemia, come del resto sostiene Rocco Palombella, segretario generale Uilm. Che aggiunge: «È un errore dare vantaggi a Paesi, come la Cina, con capacità di ripresa più forti. I rischi, inoltre, riguardano la possibilità che altri colossi del settore succhino, per avvantaggiarsene, nostre tecnologie e know how». «Ora - osserva Ferdinando Uliano (Fim) - è indispensabile con azienda e governo una verifica puntuale su stabilimenti, occupazione e prospettive». E Michele De Palma (Fiom): «Le risorse del Recovery Fund servano a investire sulla filiera della produzione di mezzi per la mobilità del trasporto pubblico delle persone e di quello delle merci».

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