Lo spettro della recessione esce di scena, insieme a quello dell'inflazione. Certo, la crescita sarà meno elevata delle stime di inizio anno. E i prezzi un po' più alti. Ma con la pace Usa-Iran e con lo stretto di Hormuz ri-aperto, l'Italia può ripartire. Così, per la prima volta dalla sigla degli accordi presi in Svizzera, il capo degli economisti di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, ha ieri fornito le previsioni della prima banca italiana per il resto del 2026. "Dal conflitto nel Golfo Persico" derivano "conseguenze macroeconomiche significative, ma non tali da portare l'economia mondiale in recessione", mentre "un nuovo blocco prolungato dello Stretto di Hormuz avrebbe potuto avere temporanei effetti recessivi". Le stime di crescita del Pil italiano, che prima della crisi del Golfo erano a +0,8%, si riducono a +0,5%, ma sono meglio dell'Eurozona (da +1,2% a +0,5%). Per gli Usa restano a +2,3%. Il calo europeo sconta la debolezza di consumi e investimenti, rallentati non solo dall'inflazione, ma anche dalla Bce, da cui si attende un altro aumento dello 0,25% del tasso d'interesse entro l'anno.
A trainare il Pil del Paese e permettere di superare anche questa crisi, in prima linea ci sono sempre le Pmi, le imprese manifatturiere italiane, piccole e medie. E, in particolare, quelle dei distretti industriali, il cui 18simo rapporto annuale, curato dall'ufficio ricerche di Intesa Sanpaolo, è stato presentato ieri a Milano dal presidente della banca, Gian Maria Gros Pietro, insieme con De Felice. Un modello industriale, quello dei distretti, che caratterizza la nostra manifattura, ha detto Gros Pietro: "Diversamente delle economie di scala sviluppate dagli Usa o dalla Cina, nei distretti il modello è quello delle economie di varietà, la cui peculiarità sta in specializzazione, mercati di nicchia, qualità". Nei distretti industriali si lavora in filiera, ciascuno con un ruolo preciso, tutti per lo stesso obiettivo. E ormai da anni, all'interno del manifatturiero italiano, quello dei distretti è il sottoinsieme che, come aggregato, funziona meglio degli altri, con margini vicini alla doppia cifra, i salari più alti, la produttività maggiore. Parliamo di comparti in cui spicca da sempre l'agroalimentare, seguito da meccanica, sistema casa e moda. Tra i primi 20 distretti per performance combinata di redditività e crescita, vincono i Dolci di Alba e Cuneo, seguiti dal Legno Arredo dell'Alto Adige e dall'Oreficeria di Valenza.
Così, in particolare, nel 2025 i distretti italiani hanno vinto la sfida dei dazi di Trump, aumentando l'export globale, tenendo anche negli Usa, dove il calo si fermato a -3,4%, e crescendo molto in altri Paesi come Polonia e Spagna in Europa, India e Mercosur. Al netto dei flussi del distretto orafo di Arezzo (che nel 2024 avevano avuto un balzo anomalo verso la Turchia), l'export distrettuale è cresciuto dello 0,9% e l'avanzo commerciale si è mantenuto ai livelli record, a quota 97,4 miliardi (rappresentando l'85% del surplus dell'intero manifatturiero nazionale). All'interno del comparto cresce il peso delle imprese di dimensioni maggiori: le più grandi rappresentano quasi il 60% del fatturato e contando anche le medie la quota sale all'83%.
Per quanto riguarda i dati consolidati completi, l'analisi si ferma al 2024 e presenta un fatturato delle imprese
distrettuali di 343 miliardi, in lieve calo rispetto al biennio precedente, ma in crescita del 16,6% rispetto al 2019. La redditività in termini di Ebitda (il margine operativo lordo) è all'8%. E le stime sul 2025 sono in linea.