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Si sgretola il “modello Zan”. Il Pride Village non paga i conti

La creatura fondata dal dem e poi ceduta nel 2024 ad altri soci ha problemi di liquidità. E così mentre allestiscono palchi e feste per celebrare i “nuovi diritti”, si dimenticano quelli dei lavoratori

Contestato Qui sotto il dem Alessandro Zan ispiratore del Pride Village di Padova. A destra il Pride padovano

Diritti arcobaleno sul palco, conti in rosso per i lavoratori. Succede che il Padova Pride Village, fiore all’occhiello della carriera di Alessandro Zan, non abbia ancora pagato chi ha contribuito alla riuscita della stagione estiva. L’europarlamentare del Pd non ha «più nulla a che fare» con la creatura che ha fondato, come specificano i suoi uffici.

Nell’estate del 2024, in effetti, il fedelissimo di Elly Schlein ha ceduto le quote della società Be Proud, una «no profit» che soltanto nel 2022 aveva incassato un milione e trecentomila euro tra consumazioni e biglietti per manifestazioni a favore della comunità Lgbtq. Del resto la provincia veneta, in materia, non è una location delle tante: è il cuore pulsante delle rivendicazioni di quella comunità, è dove dimora il festival gay friendly più noto d’Italia. Il compratore delle quote del piddino corrispondeva al nome di Federico Illesi, un altro dei fondatori del Pride padovano. Sui social network compaiono ancora foto del 2021 dove, come si legge, Illesi veniva premiato «dai genitori di Giancarlo e Alessandro Zan» per la «costruzione di una scuola in Madagascar per 130 bambini». Insomma, non un perfetto sconosciuto per il dem, le cui quote finirono all’interno dell’inner circle. I guadagni della manifestazione e questi e altri intrecci erano persino finiti sotto la lente d’ingrandimento di Report, una trasmissione non proprio intransigente con gli esponenti della sinistra. Una scelta - la vendita delle quote del deputato - che era quindi arrivata dopo le contestazioni mediatiche sull’incoerenza celata nel rapporto tra iniziative pro Lgbtq e cospicui guadagni commerciali.

L’eurodeputato, che era socio di maggioranza e amministratore unico di Be Proud, aveva comunque risposto al fuoco, sostenendo che le cifre incassate venissero destinate unicamente alle iniziative e aveva parlato di un suo impegno «a titolo gratuito».

Anche il quotidiano l’Identità, con Rita Cavallaro, aveva posto più di un accento sulla contorta vicenda della società di Zan. Oggi, semmai, è il suo modello a finire sotto accusa. Il caso dei mancati pagamenti, sollevato via Instagram da Selvaggia Lucarelli, ha generato parecchio baccano. Tanto che la Village srl si è affrettata a scrivere una lettera agli artisti in cui si scusa «per il ritardo» e per il «disagio» causato. «Gli incassi della manifestazione - fa presente la missiva - sono stati insufficienti a far fronte a tutti gli impegni economici». La Village Srl conferma infine «l’impegno a saldare i compensi dovuti». C’è tuttavia una specificazione ulteriore: «Fino alle disponibilità delle risorse attese, non siamo in grado d’indicare una data certa di pagamento». È difficile, a oggi, quantificare il dovuto. Ma si parla pubblicamente di «decine e decine» di fatture lasciate in sospeso. La parabola del Padova Pride Village si interseca a quella della sinistra italiana, tanto impegnata a sbandierare i «nuovi diritti» da dimenticarsi quelli basilari dei lavoratori. Ma chi spera che Zan, tra le sue prossime mosse, abbia in serbo un ddl per velocizzare il pagamento delle fatture, resterà deluso. Il cuore della sua azione resta infatti la lotta all’«odio omofobico», con buona pace di chi continuerà ad aspettare.