I social network nascono con la promessa di essere uno spazio che offre libertà: libertà di connettersi, libertà di esprimersi e libertà di esistere. Ma la realtà che abbiamo sotto gli occhi racconta una storia diversa.
I giovani soprattutto non vivono i social come una libertà, ma come un obbligo, come una necessità. In Italia, metà degli under13 naviga già in queste acque senza difese e, dato forse più preoccupante, un giovane su quattro soffre di una vera e propria dipendenza. Una dipendenza strutturale, non casuale.
Mentre viviamo ancora nell'illusione di scegliere come usare e cosa guardare sui social, dietro allo schermo ci sono algoritmi progettati con un unico scopo: tenerci incollati davanti agli schermi. La riproduzione automatica dei video, le notifiche che arrivano ininterrottamente e la dopamina per ogni visualizzazione conquistata, nessuna di queste è una funzione neutra, sono tutte armi di distrazioni di massa, studiate per mandare il cervello in modalità "pilota automatico" facendo scorrere il tempo senza che nessuno se ne accorga veramente.
Ed è proprio a partire da qui che arriva l'analisi della Commissione Europea: Instagram e Facebook - e non include, almeno per ora, TikTok - danno dipendenza. Esatto, dipendenza come fanno le droghe e da cui tutti i genitori suggeriscono di tenersi alla larga. Eppure sfido chiunque ad aprire il telefono di un adolescente e non trovarci Instagram o TikTok.
Ironico come, di fronte a una simile accusa, che potrebbe costare a Meta una multa fino a 10 miliardi di euro, la risposta del colosso statunitense è il solito copione: "Non concordiamo". E anzi, si vantano degli account fatti su misura per i teenager e i limiti d'uso fissati a 15 minuti al giorno. Insomma, Meta carica la colpa sui genitori, quelli che con "il controllo parentale" dovrebbero riuscire a mettere un freno al tempo social dei figli, senza considerare che spesso per le nuove generazioni aggirare le costrizioni occupa il tempo di un clic.
Ovviamente una simile risposta non può nulla contro l'indagine della Commissione che anzi accusa il gruppo di aver ignorato deliberatamente i report interni e le ricerche scientifiche sugli effetti "rabbit hole" che riesce a risucchiare i giovani. E questa volta l'Europa non si ferma a fare raccomandazioni, ma evoca lo spettro si una sanzione epocale: fino al 6% del fatturato globale che per meta - che nel 2025 ha portato a casa circa 201 miliardi di dollari - significa una multa teorica da oltre 10 miliardi. Una cifra che non può che far tremare anche il gigante americano.
Ma la vera posta in gioco, non è economica. Pop up sulla salute mentale e link ai centri di sicurezza non possono fare nulla. La Commissione chiede qualcosa di pratico che fermi il pilota automatico. Il piano (forse troppo ambizioso) sarebbe quello di disattivare lo scorrimento infinito. La vere domande restano però sociali, che valore ha la libertà sui social? Qual è il vero costo della dopamina digitale?
Intanto secondo il Wall Street Journal Apple avrebbe intentato causa
a OpenAI e a due ex dipendenti passati a lavorare con l'azienda di intelligenza artificiale (Tang Tan, e Chang Liu), accusati di aver sottratto segreti commerciali nel tentativo di sviluppare dispositivi concorrenti. MaSp