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Sovranità, giustizia ed educazione. Quei punti in comune tra Draghi e Meloni

Esce il saggio dell'ex premier sull'Europa. Negli Usa 40 modelli di "IA", qui solo tre

Sovranità, giustizia ed educazione. Quei punti in comune tra Draghi e Meloni

"Mi dovrei alleare adesso con quest'alleanza di centrodestra che continua a portare avanti l'agenda Draghi?", ha sbottato sabato scorso Roberto Vannacci, indicando come prova il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, che Draghi a sua volta aveva voluto allo Sviluppo economico nel governo di "unità nazionale" (tutti salvo Meloni). Logica da Pierino va a soldato più che da generale della Brigata Folgore. Ho sempre espresso considerazione per il glorioso paracadutista, e confido torni al "mondo al contrario" del suo esordio. Qui mi pare conformista e poco leale. Guardando come Giorgetti ha tenuto insieme i conti pubblici verrebbe da dire l'esatto contrario rispetto all'alt o sparo del fondatore di Futuro nazionale: meno male che Giorgetti c'è. Dico l'ovvio: il governo Draghi era condizionato da un Partito democratico piazzato nei ministeri chiave e da una maggioranza in cui il Movimento Cinque Stelle aveva la presenza più ingombrante. Draghi faceva quel che gli lasciavano fare. Ed era già un piccolo miracolo che facesse anche soltanto quello.

Adesso però Draghi non ha bisogno di nessuno per difendersi: esce oggi da Rizzoli il suo Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo (240 pagine, 20 euro), raccolta dei suoi articoli, relazioni e discorsi degli ultimi tre anni, da Cambridge ad Aquisgrana, dal rapporto sulla competitività europea commissionatogli da Ursula von der Leyen fino al recente premio Carlo Magno. Non un libro da scrivania, ma una specie di camera di compensazione di un pensiero che si è fatto, anno dopo anno, più severo e più aperto. Il cambio di passo, lo ammette nella prefazione lo stesso Martin Wolf del Financial Times, non viene dal nulla: viene dall'aver visto fallire molte delle convinzioni ottimistiche che lui stesso e l'intero establishment liberale anglosassone avevano coltivato dopo il 1989. Wolf riconosce, con onestà rara fra i suoi, di aver creduto alla vittoria duratura dell'ordine liberale: ed era una bella illusione. Cristina La Bella, in quel pregevole La speranza non è una strategia uscito qualche mese fa da Santelli, lo aveva intuito prima di tutti: il Draghi ignaziano (non nel senso di La Russa ma del santo di Loyola) che tradusse il gesuitico todo modo nel celeberrimo whatever it takes: fare tutto il necessario costi quel che costi. "Competere o sparire" è la conferma applicata e ancora più drammatica di quel motto.

Il cuore del libro, il punto su cui ha un valore decisivo, è l'intelligenza artificiale, che persino il Papa individua come svolta decisiva dell'umanità. Draghi mette in fila i numeri e fanno paura: nel 2024 gli Stati Uniti hanno prodotto quaranta grandi modelli di AI, la Cina quindici, l'Europa tre. La spesa americana sui data center entro il 2030 sarà cinque volte la nostra. Otto dei dieci maggiori modelli linguistici sono americani, gli altri due cinesi. Niente di europeo, da nessuna parte. Tradotto: l'Europa, se non si muove ora, scivola in sudditanza verso Pechino e San Francisco, altro che ginocchiere. Draghi propone l'unica via possibile, e ha il pregio di dirla senza giri di parole: investimenti europei coordinati, supercalcolo, cloud sovrano, formazione, semplificazione delle norme, capitale di rischio. Federalismo pragmatico applicato. Non gli Stati Uniti d'Europa da carta per convegni, ma scelte concrete fatte insieme da chi vuole farle insieme.

Su un paio di cose, però, l'indipendenza nazionale resta intoccabile, e su questo Meloni e Draghi potrebbero intendersi più di quanto loro stessi pensino: scuola, educazione, giustizia. Là dentro nessuna direttiva di Bruxelles deve storpiare la nostra identità. Lo Stato italiano custodisce una tradizione cristiana e civile che è la sua ragione di esistere, e che proprio nel mondo di ferocia spietata descritto dal libro serve come ancora. Senza quella radice, perfino la competitività diventa un guscio vuoto, e la sovranità una formula da birreria.

Una cosa va detta per onestà, anche se farà arrabbiare qualcuno. Sui numeri concreti occupazione, inflazione, conti pubblici il governo Meloni ha fatto meglio di quello Draghi. Non per disonore di Draghi, anzi: per circostanze. Draghi guidava una coalizione che lo legava mani e piedi. Meloni ha invece una maggioranza coesa e, nei due anni del governo Draghi, ha avuto come oppositrice una donna leale che dissentiva senza tendere imboscate parlamentari. Quella lealtà di allora è il capitale politico di oggi, ed è anche la ragione per cui, qualche settimana fa, mi sono permesso di rilanciare ai due una proposta semplice. Non un'alleanza ideologica, ci mancherebbe. Ma una convergenza pragmatica sugli interessi italiani e sulla tradizione cristiana che entrambi conoscono nelle ossa.

Competere o sparire è l'ennesimo invito a smetterla di guardarsi in cagnesco tra italiani ed europei di buon senso. Vannacci continui pure il suo mestiere di guastatore dell'Italia insieme alla sinistra. I nostri si occupino di cose serie.

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