A Taiwan l'ultima polpetta avvelenata per Biden. L'invio dell'ambasciatore fa infuriare Pechino

Dopo 40 anni di ipocrisia, Pompeo annuncia il viaggio della rappresentante Usa all'Onu. La Cina minaccia ritorsioni e il neo-presidente è in un cul-de-sac

L'ultimo (forse) boccone indigesto fatto ingoiare dall'Amministrazione Trump ormai uscente alla Cina rossa di Xi Jinping ha la forma di una polpetta avvelenata cucinata d'intesa con Taiwan, ed è destinata a rimanere sullo stomaco anche a Joe Biden. Il quale ha sì anticipato di voler continuare una politica di confronto duro con Pechino quando sarà alla Casa Bianca, ma certamente avrebbe evitato di annunciare, come invece ha fatto ieri il segretario di Stato di Trump Mike Pompeo, una mossa volutamente provocatoria per i comunisti cinesi: la fine delle restrizioni che gli americani si erano autoimposti da ormai quarant'anni nei loro contatti con Taipei. Mossa che ha infatti suscitato un'immediata rabbiosa reazione da parte di Pechino, condita di minacce militari all'isola nazionalista cinese che è di fatto indipendente.

La gigantesca Cina comunista di oggi è l'erede della guerra civile vinta dall'armata di Mao Zedong nel 1949 contro i nazionalisti. Questi, guidati dal generale Chiang Kai-shek, si rifugiarono in armi a Taiwan, proclamando su quella piccola isola mai conquistata dai comunisti (grande una volta e mezzo la Sicilia) la continuazione della Repubblica di Cina sconfitta sulla terraferma. Nel 1978 gli Stati Uniti presero la storica decisione di riconoscere la Cina comunista e pertanto dovettero cessare le relazioni ufficiali con Taiwan. In realtà continuarono sottobanco a sostenerla, e non hanno mai smesso di venderle armi per difendersi da un'invasione che Pechino minaccia da settant'anni. È però sempre stata mantenuta un'ipocrisia ufficiale, quella per cui Washington (come quasi tutti i governi del mondo, ormai) riconosce l'esistenza di una sola Cina, temporaneamente divisa, rigettando la pretesa indipendenza di Taiwan.

Fa parte di questa ipocrisia l'autolimitazione da parte americana dei contatti con le autorità taiwanesi: a Taipei non esiste un'ambasciata Usa, né Taiwan ne ha una a Washington, e i diplomatici dei due Paesi evitano di incontrarsi per non irritare l'occhiutissima Cina. È proprio questa autolimitazione che ieri Pompeo ha annunciato di aver interrotto, parlando della fine di «decenni di discriminazione» e sottolineando che le misure erano state introdotte «per compiacere il regime comunista». Ad aggravare il senso di provocazione per Pechino, è previsto per mercoledì l'arrivo a Taipei dell'ambasciatore Usa all'Onu Kelly Craft. Le autorità taiwanesi esultano e si preparano a ospitarlo per tre giorni, ma a Pechino che insiste nel considerare Taiwan una propria provincia ribelle da conquistare anche con la forza entro il 2050 (parola di Xi Jinping) - le reazioni sono state durissime.

Gli Usa sono stati informati che la Cina farà loro pagare «un prezzo pesante» se Craft sbarcherà a Taipei, con tanto di minacce di inviare jet militari cinesi. Il vero problema sarà per Biden: Pechino lo «invita» a «lasciare questo percorso sbagliato» nelle relazioni bilaterali, ma pare difficile che il nuovo presidente possa ordinare una marcia indietro, che apparirebbe come un gesto di debolezza nel momento in cui la Cina schiaccia le libertà civili a Hong Kong, dove ha anche arrestato un cittadino americano per sedizione.

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