Per deformazione professionale, la mia mente tende a collegare taluni fatti di cronaca individuando contraddizioni che rivelano schizofrenie ideologiche e storture della società in cui, nostro malgrado, viviamo. Sono stato colpito dalla vicenda dell'anziana Antonietta Berselli, 89 anni, travolta e uccisa a Modena da un'auto in fuga dai carabinieri, alla cui guida c'era un ragazzo senza patente in compagnia di altri tre soggetti a bordo, tra cui due minorenni. Tutti rom. Ho appreso qualche giorno fa che i minorenni sono stati riaffidati alle famiglie. Negli stessi giorni ho letto della cosiddetta «famiglia nel bosco», distrutta da assistenti sociali e tribunale, che hanno ritenuto necessario allontanare i figli dai genitori perché questi ultimi avevano scelto di allevare la prole fuori dai modelli convenzionali: niente scuola tradizionale, niente vaccini, condizioni abitative ritenute inadeguate, ovvero in casa mancavano i servizi igienici, che erano posti all'esterno dell'abitazione. Ora addirittura la madre non può più vedere i suoi bambini, che hanno pianto disperatamente nel momento in cui la mamma è stata obbligata a lasciarli. Una roba traumatica, una violenza inaudita, che però viene fatta passare per giustizia.
Mi chiedo: com'è possibile che lo Stato intervenga con tanta severità per correggere una famiglia che campa in modo alternativo ma non violento, mentre in altri casi sembra limitarsi a restituire i minori alle stesse situazioni di disagio e di miseria educativa e affettiva da cui provengono, anche quando emergono problemi evidenti?
A me sembra che ci sia una profonda incoerenza nel modo in cui le istituzioni valutano le famiglie e l'interesse dei minori. È evidente la difficoltà dello Stato nel distinguere tra ciò che è davvero pericoloso e ciò che è semplicemente non conforme.
Ricapitoliamo. A Modena un'anziana è morta dopo essere stata travolta da un'automobile che fuggiva da un controllo dei carabinieri. Insomma, è stata uccisa. A bordo c'erano ragazzini rom, due dei quali minorenni, denunciati e riaffidati alle famiglie, che pure hanno dato prova di non essere in grado di educarli, di vigilare su di loro, di svolgere in modo adeguato le funzioni genitoriali. Mi domando allora cosa significhi davvero tutelare un minore. Perché, mentre da una parte assistiamo a questo epilogo giudiziario, dall'altra parte leggiamo della vicenda opposta: un ambiente familiare sano in cui regnavano amore e concordia, sebbene babbo e mamma fossero fuori dagli schemi della società contemporanea, ma non per questo violenti o criminali, è stato giudicato non consono per tre bambini, che sono stati strappati con violenza dalle braccia dei genitori. Perché? Il cesso era fuori casa, i bimbi non frequentavano la scuola tradizionale, i genitori avevano idee discutibili sui vaccini. E allora? Situazione certamente problematica, ma non irreparabile. Tutt'altro. Eppure quei bambini sono stati sradicati e condotti via. Non solo: oggi la madre non può nemmeno vederli. E cosa diavolo avrebbe compiuto questa donna per meritare questo trattamento? E questi piccoli per meritare un simile castigo?
Qui nasce il paradosso inaccettabile.
Da un lato, lo Stato interviene con fermezza, anzi con intransigenza e durezza, quando una famiglia risulta fuori dai modelli sociali dominanti: niente scuola, niente vaccinazioni, vita appartata. Dall'altro lato, quando si verificano situazioni di degrado educativo e ci troviamo davanti a contesti indiscutibilmente complicati, la risposta diventa morbida, gentile, prudente, limitandosi al riaffido familiare. Il punto non è stabilire quale dei due casi sia «peggiore».
Il punto è chiedersi dov'è il criterio.
Uno Stato credibile deve essere coerente. Non può apparire inflessibile quando si tratta di correggere stili di vita eccentrici e, contemporaneamente, prudente quando si tratta di affrontare contesti difficili che richiederebbero interventi educativi e sociali seri, repentini e drastici.
Perché, alla fine, il rischio è sempre lo stesso: che le istituzioni sembrino più attente a normalizzare ciò che è diverso piuttosto che a risolvere ciò che è problematico.
La «famiglia nel bosco» rappresenta l'anomalia culturale: non vive come viviamo noi, non manda i figli a scuola come facciamo noi, non condivide certe convinzioni. Questo basta spesso a fare scattare la macchina dell'intervento. Ma la vera domanda, la vera preoccupazione, dovrebbe essere un'altra: quei bambini erano amati, curati, protetti?
Se la risposta è sì, e lo è, allora forse lo Stato avrebbe potuto, e dovrebbe, fare ciò che uno Stato intelligente è chiamato a fare: aiutare, correggere, accompagnare, non spezzare, non recidere, non dividere, non deprivare, non punire.
Perché togliere dei figli ai genitori è una delle decisioni più drammatiche che una società possa prendere. È un gesto che dovrebbe essere riservato ai casi estremi: violenze, abusi, pericoli concreti. Quando invece diventa uno strumento per imporre modelli di vita, allora qualcosa si incrina. Il risultato è una sensazione diffusa di ingiustizia: che lo Stato sia severo con chi è semplicemente fuori norma e incerto con chi richiederebbe interventi educativi profondi e forse pure qualcosa di più.
E quando le istituzioni perdono coerenza, perdono anche autorevolezza.
Perché la giustizia non può sembrare una lotteria morale in cui alcuni vengono colpiti per la loro eccentricità e altri rimangono nelle stesse condizioni da cui provengono. Uno Stato serio non dovrebbe punire la diversità. Dovrebbe preoccuparsi soltanto di una cosa: la sicurezza e il futuro dell'infanzia.E su questo terreno non dovrebbero esistere ambiguità.