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Tanta voglia di Urss. Il piano del Pd è un assalto frontale a mercati e risparmi

Schlein & C. progettano due carrozzoni per mettere le mani sulle quotate statali

Tanta voglia di Urss. Il piano del Pd è un assalto frontale a mercati e risparmi
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C'è un riflesso condizionato, quasi biologico, che si attiva a sinistra ogni volta che si parla di economia: l'idea che la ricchezza non appartenga a chi la produce, ma allo Stato. L'ultima giravolta ideologica del Pd guidato da Elly Schlein ne è la prova definitiva. Con un colpo di spugna, il Nazareno ha deciso di abiurare trent'anni di timide aperture al mercato per rituffarsi negli anni Settanta, rispolverando la logica predatoria dello "Stato-padrone". Il piano firmato dal responsabile delle politiche industriali, l'ex deputato e ministro Andrea Orlando - che ricalca pedissequamente i dossier scritti nel 2020 e nel 2023 dal responsabile economico Antonio Misiani - non è una bizzarra sbandata nostalgica. È un assalto frontale al sistema produttivo italiano, un tentativo di trasformare l'economia nazionale in una gigantesca "Comunisti Spa", dove lo Stato decide come e se un'azienda può produrre. Lo ha detto la stessa segretaria: "Dobbiamo dare delle missioni strategiche alle partecipate pubbliche".

L'obiettivo della sinistra è mettere le mani sulla cabina di regia dei colossi industriali e finanziari del Paese per piegarli all'ideologia green e alle necessità di politica economica che di volta in volta si palesassero. Parliamo di un bottino immenso che appartiene ai cittadini e che a fine 2025 ha raggiunto cifre record: la capitalizzazione delle 14 partecipate statali quotate ammontava a ben 307,1 miliardi di euro, arrivando a rappresentare il 29,1% dell'intero valore di Borsa Italiana. Un peso sul listino cresciuto in modo straordinario nell'ultimo anno (+38,7%), tanto che oggi ben cinque delle prime dieci società quotate in Italia sono partecipate statali: Enel, Eni, Leonardo, Poste e Mps. Centinaia di miliardi che il Pd vorrebbe commissariare attraverso una nuova "Agenzia per le Partecipazioni Pubbliche", un mostro burocratico pensato per svuotare il potere dei manager e sottomettere i mercati ai diktat della transizione ecologica sognata a Bruxelles.

La contraddizione intrinseca del piano emerge dalle parole stesse di Orlando. L'ex ministro loda la logica attuata in passato, sostenendo che "le uniche cose che hanno funzionato in questo Paese sono i crediti d'imposta automatici e non condizionati del modello 4.0" (piccolo particolare: anche il Superbonus era automatico), ma un istante dopo rinnega il suo stesso ragionamento e invoca l'esatto opposto: il dirigismo condizionato. Per risolvere il problema dei troppi lacci, infatti, il Pd vuole istituire ben due nuove strutture pubbliche e trasformare "Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti come veri attuatori della politica industriale, capaci di assumersi rischi, orientare investimenti". Non contenti, i teorici del neo-Gosplan vogliono affiancare a questa rete anche una elefantiaca "Agenzia per la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico, capace di guidare la traiettoria tecnologica della decarbonizzazione". Nelle intenzioni di Orlando, questo serve perché "reindustrializzare vuol dire tornare a un'idea di programmazione dello sviluppo". Proprio come in Urss.

È la vecchia tara della sinistra: la convinzione profonda che l'impresa privata sia un male da redimere. Forse perché terrorizzata dall'idea che il mercato scelga la via della crescita anziché il suicidio industriale dell'ambientalismo radicale. Per il Pd l'État, c'est moi!, "lo Stato sono io" come si ritiene avesse detto Luigi XIV.

Mentre il governo Meloni lavora per liberare le energie delle imprese, ridurre i lacci e difendere il patrimonio industriale italiano dai dogmatismi green, il Pd rispolvera il manuale sovietico. La loro "Comunisti Spa" è il passato che avanza, un pericolo reale che l'Italia non può permettersi.

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