Tutti ci siamo chiesti: cosa avrei fatto io al posto di Mario Roggero? Come avrei reagito davanti al pericolo? Insomma, tutti ci siamo calati nei suoi panni, ancor prima di giudicare le dinamiche del video e di prendere posizioni. Per questo il gioielliere in carcere trova la comprensione della gente anche di gran parte della sinistra: non quella dei politici e dei proclami, ma quella degli elettori, delle perone comuni, che lavorano e che avrebbero potuto essere al suo posto. C'è un processo di identificazione nella storia che ci vede tutti uguali di fronte al pericolo, in quel preciso attimo in cui da vittime cerchiamo una via d'uscita e, d'istinto, ci difendiamo. Non siamo uguali nelle reazioni. Ne parliamo con Claudio Mencacci, medico psichiatra, presidente della società italiana di Neuropsicofarmacologia.
Professor Mencacci, tutti abbiamo cercato di entrare nella testa di Roggero. Un secondo per reagire davanti alla minaccia, la confusione, l'adrenalina. Cosa scatta a livello mentale?
Quando il cervello percepisce una minaccia grave, il sistema autonomo fa scattare delle risposte difensive. Prima con una riduzione della capacità decisionale per qualche attimo e con una sorta di paralisi, di congelamento. Poi con un'esplosione. E, capita, con una reazione anche eccessiva.
Quindi è comprensibile quello che ha fatto Roggero?
È spiegabile, c'è un processo naturale, studiato dalla psicotraumatologia, che ricostruisce la sequenza mentale di quei secondi. Questi aspetti andranno considerati anche in sede di perizia psichiatrica.
Perché allora non tutti reagiamo allo stesso modo davanti al pericolo o nell'emergenza?
Perché subentra il nostro pregresso, il vissuto, che per ognuno di noi è diverso. Il gioielliere aveva già subito furti. Essere aggredito una seconda volta mette in moto un altro tipo di risposta rispetto alla prima. L'amigdala, una mandorla situata nella parte più profonda del cervello, riconosce che c'è una situazione simile a quella precedente e in un istante riattiva il passato. Per questo genera prima una specie di riduzione di capacità decisionale e poi una reazione intensa.
Quindi va considerato l'effetto dei traumi del passato, una specie di stress emotivo?
Sì, il vissuto non si dimentica. Per questo scatta un'ipervigilanza e perdiamo temporaneamente la capacità di una valutazione razionale. Il gioielliere sicuramente nella sua reazione è stato influenzato da una vittimizzazione e da uno stato di allerta.
Vuol dire che una seconda esperienza violenta può essere più traumatica di una vissuta per la prima volta?
Sì, è un passaggio connaturato, una reazione naturale. Facciamo il paragone con le allergie per rendere meglio l'idea.
Se uno è allergico a un frutto e lo mangia la prima volta, magari ha una reazione nulla o lieve. La reazione vera e conclamata, spesso violenta, si manifesta la seconda o la terza volta, quando il corpo riconosce la sostanza nociva.
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