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Terrorista arrestato: "Morte ai gay"

Palestinese fermato dai Ros. Il delirio: "Un unico Stato islamico contro i sionisti"

Terrorista arrestato: "Morte ai gay"
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Il terrorismo di matrice islamica è tornato protagonista anche in Italia e l'ultima operazione effettuata dai Ros di Lecce ne è la conferma. Con un dato rilevante rispetto agli altri casi: il trentenne arrestato è palestinese. Diverse le voci che, anche nell'ultimo periodo, facevano sottintendere che in Italia ci fosse ancora una forma residuale di quello che fu il Lodo Moro, ma ieri è stata data una risposta con i fatti, che hanno visto applicare la custodia cautelare in carcere per Abdalmuti Abunada, trentenne palestinese, di Ramallah, accusato di istigazione e apologia di terrorismo di matrice jihadista, nonché di arruolamento ad associazioni terroristiche, delitti di attentato per finalità terroristica e atti di terrorismo con ordigni "micidiali ed esplosivi, con pericolo per l'incolumità pubblica".

Sui propri profili Facebook, Tik Tok e Instagram pubblicava e rilanciava video e contenuti in lingua araba in favore dell'Isis, di esortazione alla Jihad e al martirio, di esaltazione e sostegno delle azioni terroristiche di Hamas e della mente dell'attacco del 7 ottobre, Yahya Sinwar. Lodava le azioni dell'associazione terroristica dei Fratelli Musulmani, dell'Isis e dell'uso della violenza indiscriminata contro sionisti e Occidente, ritenuto "infedele", con richiami anche ad operazioni terroristiche commesse da Hamas.

Residente a Latiano in provincia di Brindisi, frequentare assiduamente comunità islamiche locali e, ogni venerdì, dopo la preghiera, si allontanava dalla moschea con altri soggetti presumibilmente nordafricani. Ma, per confondere gli investigatori, sui suoi profili a lui riconducibili compariva una residenza diversa dall'Italia: fingeva di essere a Parigi.

Il linguaggio utilizzato è tipico della propaganda fondamentalista, rilanciando il concetto di Jihad per il quale tutti i fratelli musulmani dovrebbero impegnarsi, apostrofando con la parola "Kafir", ovvero gli infedeli (termine usato per chi non è musulmano), chi non lo fa. I Mujahideen, parola con cui si indica "colui che è impegnato nel jihad", sono da lui considerati "fratelli", mentre "chiunque sia capace di Jihad con munizioni, soldi o esercito e non ha fatto niente è un infedele". Come si legge nella dettagliata ordinanza della giudice Valeria Fedele, il trentenne è "impegnato in una sistematica attività apologetica di esortazione al martirio e alla guerra contro il popolo occidentale" per quella che lui ritiene "infedeltà rispetto ai dettami della religione musulmana che costituisce, nella sua prospettazione, la ragione della guerra in corso che ciascuno dei musulmani deve combattere armandosi contro i sionisti per la realizzazione di uno Stato Islamico". "Guarda dove sta il giusto e dove sta il sbagliato, cerca di leggere il Corano", dice intercettato mentre svolgeva un'attività di proselitismo nei confronti del suo giovane coinquilino e spiegava il grande progetto islamico: "Noi siamo uno Stato musulmano, dobbiamo avere uno Stato Musulmano ed un Califfato, come lo era nell'antichità". Ricondivideva messaggi in cui anche i gay erano persone da uccidere: "Vogliamo sbarazzarci di questi giovani tra i quali si sono diffuse droga, miscredenza, adulterio, omosessualità e così via. Ora tocca a voi passare alla fase successiva".

Lodava i peggiori terroristi, usava qualunque simbologia riferibile al terrorismo islamico e aveva una fitta rete di contatti internazionali. Una grande operazione che dovrebbe far comprendere il disegno dei fanatici dell'islam.

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