Giorgia Meloni domani è pronta a festeggiare il traguardo del governo più stabile e duraturo della storia della Repubblica.
Professore Alessandro Campi, professore di Storia delle dottrine politiche nell’Università di Perugia, dipende più dalla solidità del centrodestra o dalla leadership di Meloni?
«È un traguardo simbolico che ha anche un valore storico-politico non trascurabile, specie se si guarda a quel che sta accadendo in altri Paesi europei un tempo additati come esempi virtuosi di stabilità. All’inizio della legislatura nessuno avrebbe scommesso su un simile risultato. Con la Meloni a Palazzo Chigi c’era chi prevedeva conti pubblici in rosso, conflitti quotidiani con l’Europa e una perdita di credibilità dell’Italia sulla scena internazionale».
E invece...
«Nessuno di questi scenari si è realizzato. Non solo, il governo ha assorbito i contrasti interni che pure non sono mancati, ad esempio sulla politica estera, e ha dimostrato una sostanziale compattezza politica e programmatica. Chi dice che la stabilità in sé non basta, con l’idea di sminuire il record di durata stabilito da questo governo, dovrebbe chiedersi cosa ne sarebbe stato dell’Italia in una fase storica segnata da così tante turbolenze se avesse avuto, come nel passato, un esecutivo sempre sul punto di cadere, un parlamento paralizzato e un capo di governo privo di legittimità. Dunque, godiamoci questo risultato».
Un tempo la Dc era garanzia di stabilità, si «rigenerava» cambiando presidente del Consiglio. Il centrodestra potrebbe essere altrettanto stabile senza Meloni?
«La tenuta istituzionale dell’Italia all’epoca della Guerra fredda, pur in presenza di governi deboli, derivava dalla sua collocazione. L’Italia, frontiera avanzata dell’Occidente contro il comunismo, era, per così dire, stabilmente instabile. Debole all’interno ma solida grazie alla rete di protezione atlantica. Ma è un mondo finito. Oggi la stabilità del governo, finita fortunatamente l’epoca dei commissariamenti tecnici, si spiega più con fattori politici interni».
Ci spieghi.
«La forza del centrodestra rispetto agli avversari dipende dal fatto di avere alle sue spalle una storia trentennale e una base socio-elettorale sostanzialmente omogenea, i cui voti nel tempo si sono redistribuiti tra i partiti dell’alleanza, ma senza mai uscire dal suo perimetro. A questo fattore di stabilità si aggiunge poi la forza aggregante che sempre deriva da una leadership accettata e riconosciuta: ieri Silvio Berlusconi, oggi Giorgia Meloni. Tutte cose che ancora oggi mancano al centrosinistra».
Una stabilità fondata su un solo leader è una forza o, alla lunga, una debolezza?
«In prospettiva, potrebbe essere un fattore di debolezza. La funzionalità di un sistema politico è un peso potenzialmente troppo grande per le spalle di una sola persona. Che poi in Italia al momento sono due: non dimentichiamo il ruolo di arbitro-garante e di custode delle regole svolto dal presidente della Repubblica. Un leader forte, rispettato e credibile, è una condizione necessaria ma in prospettiva non sufficiente. Ma questo lo sa benissimo anche Giorgia Meloni. Dovrà essere il suo impegno per la prossima legislatura».
