La bara avvolta dal Tricolore (nella foto di Riccardo Paris), il capello dell'8° reggimento alpini, con la penna spuntata dal tempo e un'immagine di Alex, sorridente, circondata da quattro parole: "Rimarrai sempre nei nostri cuori". Chiesa gremita, lunedì a La Spezia, per l'ultimo saluto ad Alessandro Pineschi, caduto sul fronte ucraino il 23 maggio, colpito da un drone. Giovani con la maglietta nera o in giacca e cravatta, veterani delle "guerre" di pace, come Ringhio saltato in aria in Afghanistan, che ha portato anche il figlio da poco in servizio. Penne nere e amici di tutte le età, composti. Tanti con il groppo in gola.
Assenti le autorità a parte qualche politico come l'assessore alla Sicurezza Giulio Guerri e il consigliere regionale Gianmarco Medusei. Il nostro paese manda armi per aiutare gli ucraini a difendersi, ma se un italiano sceglie di combattere al loro fianco si fa finta di niente. Per riportarlo a casa la famiglia ha dovuto organizzare una colletta in rete. Nel santuario di Sant'Antonio da Padova in Gaggiola, dopo la funzione senza fronzoli, parla solo il papà, Andrea. Prima legge la preghiera dell'alpino e poi racconta di Alessandro: "Era un grande idealista. Potete chiamarlo eroe se volete, ma per me era mio figlio". Il canto-preghiera, "Signore delle cime" fa venire i brividi mentre accompagna l'uscita del feretro portato a spalla dagli amici più cari. Il primo è Mario Cristalli che ha stretto non solo amicizia, ma una fratellanza con Alex ed i suoi corsi formativi con le armi da fuoco. All'inizio "aveva un piccolo negozio di materiale tattico anfibi, cinturoni, fondine e molto altro che utilizzava anche come ufficio". Sul sagrato della chiesa, con la voce rotta dall'emozione, ricorda che "Alex portava tatuato un Jolly Roger con una frase che lo rappresentava perfettamente: So Others May Live. Affinché altri possano vivere. Non era soltanto un motto, ma il riassunto della sua vita".
Sulla bara, assieme al Tricolore, c'è anche la bandiera dei "Good Guys in Bad Lands", sodalizio composto da militari dei fronti più caldi, non solo italiani, con oltre 600mila followers su Facebook. Il presidente e paracadutista, Rocco Pacella, parla di Alex nel Kurdistan iracheno quando "combatté per oltre cinque lunghi anni contro i terroristi dell'Isis al fianco dei Peshmerga, condividendone rischi, sacrifici e speranze". Lo zio, Danilo Rispoli, non ha peli sulla lingua: "Non cercava gloria, non cercava denaro, cercava un posto dove la sua presenza potesse fare la differenza. Sui social hanno continuato a bollarlo, con disprezzo, come un mercenario. Alex rispondeva sono un idealista e a chi gli chiedeva perchè rischiasse la vita, lui diceva ho visto una causa per la quale valeva la pena rischiare". Lo zio ricorda che portava sulla giubba un patch, simbolo di molti combattenti e anche giornalisti sulla prima linea del Donbass: "Memento mori ricordati che devi morire, non come rassegnazione, ma come promemoria che ogni giorno conta e Alessandro non ha sprecato niente".
Un giovane, che saluta Pineschi per l'ultima volta prima della sepoltura, lascia il segno: "In un tempo di viltà e mediocrità, Alex ha rappresentato l'esempio di chi ha abbandonato gli agi di una vita comoda per sacrificarsi in nome di ciò in cui credeva, scegliendo la via del guerriero".