"Troppo silenzio sul caso. Razzismo delle femministe"

Il "mea culpa" della giornalista: "Fosse stata una ragazza italiana ne avremmo parlato molto di più"

"Troppo silenzio sul caso. Razzismo delle femministe"

Ha puntato il dito perché attorno alla storia di Saman ha sentito troppo silenzio. Ma prima lo ha puntato contro se stessa. «Niente giustifica noi femministe» ha scritto in un lungo post su Facebook. Delusa e scandalizzata, così si è sentita Ritanna Armeni, classe 1947, giornalista e scrittrice, che di battaglie femministe ne ha fatte tante e che continua a interrogarsi sul movimento di liberazione della donna, lo ha fatto anche con il suo ultimo libro, Per strada è la felicità (Ponte alle Grazie).

Cosa le ha dato fastidio nella storia di Saman?

«Il non trovare il dramma. Che la storia di una ragazza di diciotto anni scomparsa, probabilmente uccisa dalla sua stessa famiglia, sia passata così, senza clamore, come una notizia normale. Ma incolpo anche me stessa, e lo dico con grande umiltà. Sento ancora il rimorso per non aver detto nulla».

Perché questo silenzio?

«Razzismo. Un sottile razzismo è scattato in me come in molte di noi».

Non mi dica che lei è razzista...

«Credo che inconsciamente lo siamo un po' tutti. Certo, se me lo domandassero risponderei di no, ovvio che non sono razzista. Eppure esistono dei condizionamenti sociali che entrano in gioco quando meno ce lo aspettiamo. Quando ho letto della sua storia, dentro di me non è scattato nulla. Come se non mi riguardasse. Come se fosse altro dalla mia vita. Come se avesse a che fare solo e soltanto con il modo di vivere di questa famiglia di immigrati».

Se fosse stata italiana non sarebbe successo?

«Credo proprio di no. Anzi, avremmo parlato di femminicidio. Con lei no. Come se per lei la parola non dovesse essere scomodata. Terribile».

Eppure non che il femminicidio non sia una piaga nel nostro Paese...

«Eppure qualcosa sta cambiando. Culturalmente intendo. Le donne continuano a essere uccise ma nessuno osa più dire che lui l'ha fatto per amore. Le parole cambiano la cultura, cambiano l'essere umano. E noi femministe serviamo anche a questo. A squarciare il velo. A far riflettere su cose che ci sembrano normali, ma che di normale non hanno niente».

Perché una femminista si dovrebbe sentire più in colpa?

«Questa ragazza voleva quella libertà che il nostro mondo occidentale le aveva mostrato e offerto. Poi l'abbiamo lasciata sola. Eppure in Italia abbiamo dovuto attendere fino al 1981 per buttare nel cestino il delitto d'onore. Se le femministe, e le donne in generale, non riescono a vedere uno stretto collegamento tra la battaglia per i loro diritti e la morte di una ragazza che voleva difendere la sua libertà, allora abbiamo perso qualcosa di fondamentale per strada».

Cosa è successo alle femministe?

«Purtroppo credo che la battaglia delle donne si sia ristretta alle proprie ragioni».

Le femministe di oggi sono più egoiste di ieri?

«Rinchiuse nella difesa delle nostre libertà abbiamo perso di vista il resto. Noi lottiamo per temi sacrosanti e terribilmente seri: le molestie, la parità di genere, il divario salariale. Ma in questo dibattito occorre trovare uno spazio anche per storie così drammatiche come quelle di Saman. Perché invece nessuna ne ha parlato? Perché si racconta il fatto senza scavare come se fosse un quadretto da lasciare così, senza scavare a fondo?».

Abbiamo forse perso la speranza di integrazione?

«Ci sono stati altri casi purtroppo in Italia. La storia di Hina Saleem ad esempio, uccisa nel 2006 dal padre che non la accettava perché voleva vivere da occidentale, ma allora c'era stata una attenzione diversa. Noi dobbiamo tornare a farci domande».

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