"Non ho assolutamente idea delle posizioni di Andy Burnham su alcunché. Il primo ministro deve avere un mandato dal popolo, ma Burnham non si è nemmeno candidato alle elezioni del 2024, non è quindi vincolato in alcun modo a quel manifesto labourista". Le parole di ieri rilasciate alla BBC da Farage riassumono il senso degli attacchi che il primo ministro in pectore inglese subirà nei prossimi mesi. Perché se da un lato la sua attuale popolarità e la campagna elettorale per vincere le suppletive di Makerfield sono state costruite sui suoi successi come sindaco di Manchester per tre mandati consecutivi, dall'altro le politiche nazionali che vuole perseguire non sono state ancora elaborate al di là di generiche dichiarazioni di intenti. E, per riprendere l'accusa di Farage, non sono state legittimate da un voto popolare.
Il Burnham che si appresta a entrare a Downing Street non è il neolaburista blairiano degli albori ma si è spostato nettamente più a sinistra. Per quanto riguarda le politiche economiche, ha dichiarato di voler procedere nel solco delle esperienze maturate a Manchester: da un lato un forte intervento pubblico, non solo nell'indirizzo ma anche nel controllo di servizi chiave, come le imprese di gestione idrica, dall'altro incremento degli investimenti e della devoluzione di poteri verso le periferie. Ma per un Paese fortemente indebitato come il Regno Unito (95% debito/PIL a maggio e deficit/PIL oltre il 4%) lo spazio di manovra non è molto. Lo ha capito subito lo stesso Burnham qualche settimana fa quando, dopo aver dichiarato che il Paese non deve essere pegno dei mercati obbligazionari, quegli stessi mercati hanno messo subito le cose in chiaro: tassi dei titoli di stato a 30 anni ai massimi dalla fine degli anni '90, con Burnham costretto a dichiarare che intende continuare la politica di equilibrio fiscale dell'attuale cancelliere Reeves: no a nuovo debito per spese correnti, rapporto debito/PIL che deve progressivamente ridursi. Non è tuttavia chiaro se queste indicazioni siano giunte a tutta la squadra di Burnham, visto che il suo principale consigliere economico, O'Neill, ex Goldman Sachs, ha ieri dichiarato che il nuovo governo dovrebbe prendere a prestito miliardi di sterline per finanziare lo sviluppo infrastrutturale.
Sul fronte tasse, Burnham si è impegnato a rispettare la promessa elettorale labourista di due anni fa di non aumentare quelle principali (rotta dall'attuale governo nella sua prima finanziaria). E una delle questioni principali che Burnham dovrà risolvere sarà se e come finanziare il nuovo piano di difesa strategica, dilazionato per mesi da Starmer, incapace di trovare i quasi 30 miliardi di sterline necessari nei prossimi 4 anni. Se Burnham, come ci si aspetta, manterrà il forte sostegno britannico all'Ucraina, l'unica strada potrebbe essere un taglio alle spese, via estremamente impopolare con la maggioranza del partito. Altro importante dossier di politica estera è il reset delle relazioni con l'UE, già avviate dal governo Starmer. Un incontro per il 22 luglio per raggiungere un accordo su agroalimentare, emissioni inquinanti e mobilità giovanile, è stato cancellato in attesa dell'insediamento del nuovo esecutivo inglese.
Ma nel decennale della Brexit, questo non è certo da leggersi come un rientrare nell'Unione: da sempre pro-europeista e favorevole a un ritorno, quando è stato incalzato da Farage durante la campagna elettorale a Makerfield, profondo nord, Burnham si è affrettato a chiarire che non vuole riaprire quella ferita: da "re del nord" sa bene che sarebbe il modo piuù' veloce per perdere molto del suo attuale appeal.