La vendetta di Natale. Il fratello del pentito "freddato" nel garage

Marcello Bruzzese era finito nel programma protezione. Caccia a due killer fuggiti a piedi

La vendetta di Natale. Il fratello del pentito "freddato" nel garage

La caccia finisce alle tre del pomeriggio di Natale. La condanna a morte di Marcello Bruzzese viene eseguita in un garage condominiale della pacifica Pesaro. Bruzzese non fa in tempo neanche a scendere dall'auto, l'ultima cosa che intravede sulla terra è la canna di una calibro 9 che si avvicina al finestrino. Della sua morte si accorge invece in fretta la città, perché un delitto così chiaramente di mafia a Pesaro non si era mai visto. E ancora prima, a fare suonare a distesa i campanelli di allarme, erano stati i dispacci dei carabinieri partiti verso il mistero dell'Interno e la Procura appena il morto ha avuto un nome. Perché Bruzzese era il fratello di uno dei pentiti più importanti della 'ndrangheta della provincia di Reggio Calabria: suo fratello Girolamo aveva saltato la barricata dopo avere sparato in testa a un boss rivale. Era andato direttamente dai carabinieri a costituirsi e contestualmente a pentirsi. Storie ormai di quindici anni fa. Ma la 'ndrangheta, come spiegò un altro grande pentito, Saverio Morabito «non dimentica e più passa il tempo e più i pericoli aumentano». Perché sia il pentito sia lo Stato abbassano la guardia. Prima o poi la traccia giusta per arrivare al nome, alla casa, al paese che nascondono il pentito o il parente arriva nelle mani dei cacciatori.

Marcello Bruzzese, evidentemente, era convinto che ormai avessero rinunciato a dargli la caccia. Tre anni fa era rientrato dalla Francia e aveva accettato la nuova collocazione proposta dal Servizio centrale di protezione: Pesaro, la città che, come ieri denuncia il sindaco Matteo Ricci, viene spesso scelta per ospitare i collaboratori di giustizia «forse perché ritenuta lontana dai giri». Ma che in riva all'Adriatico vivano ormai molti pentiti lo sanno anche i clan. Marcello Bruzzese aveva conservato il suo nome e cognome. Il suo indirizzo ufficiale era da tutt'altra parte, nel «polo residenziale fittizio» gestito dal ministero dell'Interno. Ma non è bastato a impedire che alla fine le sue tracce saltassero fuori.

I sicari arrivano a piedi e a piedi se ne vanno, in via Bovio, un piccola strada a senso unico del centro storico di Pesaro. Bruzzese abita lì, con moglie e figli. Lo Stato gli paga l'affitto di casa e gli passa uno stipendio: tra i 1.200 e i 1.400 euro, non si diventa ricchi ma è quanto basta per non dover lavorare. «Gentile, tranquillo, riservato», dicono ovviamente i vicini: il caffè al bar, la messa in chiesa, tutto lì. Pentito, tecnicamente, Marcello Bruzzese non era: il pentito è suo fratello Girolamo, quello che nel 2003 scoperchiò i rapporti tra il clan dei Rugolo e dei Crea e la politica locale, segnatamente l'Udc. Dietro c'era una storia intricata di faide tra clan contrapposti ma anche all'interno degli stessi clan: Domenico Bruzzese, padre dei due fratelli, era il braccio destro di Teodoro Crea detto «Toro Seduto», lo stesso boss che poi suo figlio Girolamo cerca di ammazzare prima di pentirsi, ultima puntata di un serial fattori soffiate, attenti dinamitardi che si era trascinato fino alla prima parte del decennio scorso. Nel 1995 Domenico Bruzzese era stato ucciso, e suo figlio Marcello, quello ucciso ieri, era rimasto ferito.

Quando suo fratello Girolamo si era pentito, Marcello era stato risucchiato di default nel programma di protezione. Era entrato anche lui nell'esercito di potenziali vittime che lo Stato dovrebbe tenere al sicuro: secondo gli ultimi dati ufficiali si parla di 1.277 pentiti e 4.915 congiunti. Ma l'inserimento nel programma di protezione non comporta, men che meno per i parenti, il diritto a una scorta armata. D'altronde, per come si muoveva, Marcello Bruzzese pensava di non avere bisogno. Si sbagliava.

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