In Venezuela gli scontri tra gli indios e l'esercito. Un concerto per gli aiuti

Sangue al confine con il Brasile per la frontiera chiusa da Maduro. Le star cantano per Guaidó

San Paolo Escalation di sangue al confine tra Brasile e Venezuela. Una india Pemón è morta, uno è in fin di vita e 22 sono rimasti feriti in uno scontro con i militari mandati da Nicolás Maduro nel villaggio di Kumarakapay, in località San Francisco de Yuruani nel comune di Gran Sabana, a 80 km dalla città brasiliana di Pacaraima. Dopo che giovedì sera la frontiera era stata chiusa per ordine del dittatore, gli indios hanno liberato la strada Troncal 10 della loro comunità per consentire il passaggio degli aiuti umanitari internazionali. Maduro che usurpa la presidenza dal 10 gennaio scorso ha però inviato un gruppo di militari dell'esercito bolivariano che, piombato all'improvviso sugli indios presenti, ha sparato ad alzo zero. Zoraida Rodríguez, una venditrice ambulante, è morta sul colpo mentre preparava nell'abitazione limitrofa il pranzo al figlio e il marito Rolando Garcia, sta lottando tra la vita e la morte. Immediata la reazione della comunità indigena che ha reagito, sequestrando il generale di Brigata José Montoya, responsabile dell'attentato omicida ordinato da Maduro e altri due militari.

La tensione è ormai altissima in tutto il Paese e le prossime ore saranno decisive per il futuro del Venezuela. «Siamo così immersi in quello che sta accadendo adesso - ha twittato Jose Toro Hardy, uno dei più importanti economisti venezuelani- che non ci rendiamo conto della sua immensa proiezione storica, sta cadendo il nostro Muro di Berlino». L'ora x scatta oggi quando si capirà se Maduro cadrà negoziando la sua uscita e permettendo l'entrata degli aiuti umanitari internazionali o sceglierà il peggio, per lui e per il Venezuela.

Nel Paese il countdown delle ultime ore è stato elettrico. Grazie anche al grande evento atteso da giorni, il mega concerto Venezuela Aid Live, organizzato proprio per appoggiare l'entrata degli aiuti umanitari, a Cucuta alla frontiera colombiana col Venezuela, a ridosso del ponte Tienditas, sul fiume Táchira, dal multimiliardario Richard Branson fondatore della Virgin. «A quelli che criticano questo concerto - ha detto mentre sul palco si avvicendavano 32 star internazionali del calibro di Luis Fonsi - li invito a venire a vedere con i loro occhi i venezuelani e capire che qualcosa davvero qui va molto male».

Miguel Bosè prima di raggiungere la carovana di artisti ha accusato via Twitter Michelle Bachelet, alta commissaria dei diritti umani all'Onu: «Glielo ripeto. Quando agirà? Che cosa serve perché lei vada in Venezuela e agisca contro così tanto abuso dei diritti umani? Risponda». Mentre anche Ricky Martin ha fatto sapere di appoggiare in pieno la causa del presidente ad interim Juan Guaidó e dei venezuelani che vogliono la fine della dittatura. Oltre 400mila persone hanno, così, condiviso la magia e la forza della musica e dal palco sono stati lanciati messaggi forti e inequivocabili. «Basta dittature in America Latina - ha gridato la star latina José Luis «El Puma» Rodriguez- grazie presidente Guaidó. Ai soldati dico siete nostri fratelli. Non sparate sul popolo perché gli aiuti passeranno e ci riconcilieremo».

Sono arrivati ieri a Cucuta anche Guaidó e i presidenti Mario Abdo Benítez del Paraguay, Ivan Dúque della Colombia e Sebastian Piñera del Cile. Esattamente dall'altra parte del ponte Simón Bolivar l'anti-concerto organizzato da Maduro si è rivelato, invece un flop clamoroso. Pochissimi i presenti tra i civili, mentre abbondavano i militari della Guardia Nazionale a presidiare la zona. «Questo è un karaoke - ha detto una giovane venezuelana che cercava di oltrepassare il ponte - il vero concerto di talenti è l'altro».

Intanto fa discutere il video dell'ex capo dei servizi segreti militari di Chávez Hugo Carvajal alias «El Pollo» in cui esprime il suo appoggio al presidente ad interim e agli aiuti umanitari, esortando i militari venezuelani a rompere le fila e ad unirsi all'opposizione, chiedendo a Maduro di «assumersi le sue responsabilità». Certo, Carvajal è una delle figure più sinistre del chavismo. Arrestato ad Aruba nel 2014 per narcotraffico è considerato dal dipartimento del tesoro Usa, che lo ha sanzionato, l'anello cruciale tra il narcostato chavista e Hezbollah, come denunciato anche dall'operazione della Dea Cassandra. Dietro il suo sì a Guaidó molti analisti hanno letto una implicita richiesta di amnistia per tutti quelli come lui, problema questo che se Maduro dovesse cadere nei prossimi giorni sarà prioritario ma, per il bene dei venezuelani, sarebbe il male minore.

Commenti

EchiroloR.

Sab, 23/02/2019 - 11:50

Paolo.- Bernie Sanders, senatore democratico del Vermont, non riconosce Juan Guaidó.

lorenzovan

Sab, 23/02/2019 - 13:51

un concerto organizzato da un miliardario ....amico di Trump...aiuti "umanitari" che non basterebbero a 10.000 persone.... ma che bella demagogia per i bananas internazionali..Il miglior aiuto sarebbe lo stop all'embargo decretato dall'impero ai paesi ricchi di petrolio non addomesticati...L'Arabia saudita e' il paese meno rispettoso dei diritti dell'uomo e della donna..pero' sono amici dwel cuore dell'impero..per permettere loro di comprrae beni necessari sui mercati internazionali...POI se i minus habens ci cadono nella carita' pelosa degli yankees...tutto bene...