Il 7 luglio del 2007, pubblicando la lettera apostolica Summorum Pontificum, Benedetto XVI liberalizzava la "messa tridentina". Un provvedimento divenuto simbolo di un pontificato in grado di cogliere la ricerca di sacro in tanti fedeli soprattutto giovani - legati alla liturgia antica. Diciannove anni dopo Summorum Pontificum è stato abrogato de facto nel 2021 da Traditionis Custodes e sulle celebrazioni in Vetus Ordo restano in vigore non poche restrizioni. Ma lo scisma lefebvriano pur legato a motivi dottrinali e non liturgici - ha riportato d'attualità il dibattito interno alla Chiesa. In occasione dell'anniversario della liberalizzazione ratzingeriana, ne abbiamo parlato con monsignor Georg Gänswein, nunzio apostolico nei Paesi Baltici e storico segretario di Benedetto XVI.
Eccellenza, ha seguito gli appelli del nostro direttore per l'abolizione dei divieti sulla messa tridentina? A maggior ragione dopo lo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
"Ho letto con interesse. Auspico anch'io una decisione in questo senso".
Cosa spinse 19 anni fa Benedetto XVI a liberalizzare il Vetus Ordo?
"Dare pieno diritto ad un rito che mai era stato abolito. Il suo obiettivo era ridargli piena cittadinanza nella Chiesa e riportare la pace nella liturgia".
Come prese le numerose resistenze dei vescovi?
"Lui era abituato a ricevere critiche, ma quando era convinto che una cosa fosse giusta andava avanti per la sua meta e si limitava a prenderne atto. Così avvenne anche quella volta".
Il Summorum Pontificum era pensato nell'ottica di una riconciliazione coi lefebvriani?
"Per lui che aveva vissuto da vicino l'accordo rinnegato da Lefebvre nel 1988 lo scisma era una sofferenza personale. Diceva che avrebbe avuto delle conseguenze non solo per qualche giorno, ma sarebbe stato un vulnus all'unità della Chiesa destinato a durare. Il Summorum però non era pensato tanto in quell'ottica, quanto piuttosto rivolto all'interno della Chiesa. Lui già nella sua esperienza di prefetto aveva visto che c'erano dei punti non soddisfacente nell'applicazione di Ecclesia Dei e quindi si doveva fare qualcosa".
Grazie a quel motu proprio c'è stata una grande crescita del movimento liturgico tradizionale. Lui era contento dei risultati?
"Era molto contento. Era convinto che questo suo motu proprio fosse un inizio, un ponte che poteva portare all'integratio rimuovendo la spaccatura esistente nella liturgia. Aveva grande fiducia nei giovani, soprattutto. Ed era convinto che un tale rito celebrato per così tanti secoli, non poteva non essere rivivificato. Era contento anche per l'attività degli istituti ex Ecclesia Dei che sono un'alternativa a chi, altrimenti, andrebbe o rimarrebbe nella Fraternità San Pio "X.
Si può dire che Summorum Pontificum ha funzionato?
"Sì, stava per portare frutti. Ha funzionato per i giovani soprattutto e lo si vede anzitutto nei numeri ogni anno crescenti del pellegrinaggio Parigi-Chartres. Questi giovani si nutrono della bellezza della liturgia, non sono affatto contrari al Concilio Vaticano II. Non è vero che chi ha una sensibilità liturgica tradizionale e partecipa alle messe tridentine è anticonciliare, chi lo afferma è mosso soltanto dall'ideologia".
Come ha reagito Benedetto quando scoprì dell'abrogazione della sua liberalizzazione?
"Quando
gli ho letto Traditionis Custodes ho visto che c'era un dolore nel suo cuore. Questa è stata la mia impressione. Ora credo che sia il kairos per rimuovere quei divieti e superare l'incidente rappresentato da quel testo".