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la stretta necessaria

Vietare social e fumo per tutelare i ragazzi

Lo Stato non deve entrare nella vita dei cittadini. Ma se il privato non educa, il pubblico diventa responsabile

Vietare social e fumo per tutelare i ragazzi

Vietare qualcosa a qualcuno appare facilmente come una sconfitta, cioè l’incapacità di educare, di spiegare come stiano le cose per poter orientare una decisione. Di conseguenza, meno si vieta, e più è evidente il successo formativo, comunicativo: questo soprattutto se la proibizione non arriva dalla famiglia o dall’insegnante ma da una legge dello Stato, il cui liberalismo si misura proprio nella capacità di astenersi dall’entrare nella vita privata dei cittadini e di avere la mano il più leggera possibile con i divieti. Con questa premessa entriamo nel frastagliato, disomogeneo mondo giovanile, tanto differenziato da non essere possibile farne una categoria unitaria. Per mia esperienza ho conosciuto giovani emozionanti per la loro serietà negli studi, la dedizione al lavoro tanto che bastava vederli e ascoltarli un quarto d’ora per capire come si meritassero dagli adulti molta più attenzione e molte più opportunità di quante ne dispongano. Altri giovani, invece, sono insopportabili lavativi e imbroglioni. Questi hanno più bisogno di essere assistiti degli altri.

Con questa seconda premessa arriviamo ai divieti francesi e spagnoli: il Parlamento francese approva una legge che vieta l’uso dei social network ai minori di 15 anni e l’uso dei cellulari nelle scuole superiori. La Spagna ha annunciato che seguirà l’esempio francese, vietando l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, e, intanto, vietando il fumo ai minori. Insomma, sembra che il cellulare sia una fonte di disastri psichici per gli adolescenti; il fumo è accertato senza discussione che faccia male. Ecco lo Stato che si rimbocca le maniche e interviene con provvedimenti di legge che surrogano la dimensione privata dei cittadini. Si vieta ai minori cellulari e fumo: sarebbe stato necessario quel provvedimento se genitori e insegnanti fossero riusciti a spiegare come usare razionalmente i social, evitandone l’abuso, se fossero stati capaci di orientare quel buon senso che rende il cellulare uno strumento straordinario e non un oggetto infernale?

L’altra sera al ristorante di fronte a me c’erano sedute due persone non più giovanissime che non si sono scambiate una sola parola durante tutta la cena, continuando a toccare lo schermo del proprio cellulare. Possiamo immaginarli bravi educatori, in grado di far comprendere ai propri figli l’uso sensato del cellulare e dei social media? Sarebbe rasserenante pensare che quei due adulti sapessero convincere i loro ragazzi a non abusare del cellulare. Alla questione si potrebbe anche replicare facendo spallucce e dicendo “fatti loro”, in casa propria ognuno se la sbriga come vuole. Ma, nella circostanza, sono in gioco i minori: se in famiglia, se nella scuola non si è in grado di educare i giovani all’uso del cellulare affinché non ne paghino dolorose conseguenze, dovrà pur esserci qualcuno che se ne faccia carico. Certo, molto meglio, molto più in linea con quello Stato democratico liberale che vorremmo, se invece fosse il “privato” in grado di educare, ma se non è all’altezza del suo doveroso compito, mi sembra giusto e di buon senso che intervenga lo Stato a tutelare la sanità mentale dei ragazzi. Una questione di responsabilità: non è lo Stato che invade lo spazio privato, ma il privato che si sottrae alla sua funzione educativa.

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