«Vigliacchi», «servi» Ormai il Pd è diventato un pollaio

Dopo il ko al Senato di giovedì si scatena la bagarre nel partito. I dissidenti dem minacciano nuovi sgambetti al premier: nel mirino la riforma di Palazzo Madama

«V igliacco!». «Mazziere!». «Raccomandato!». «Venduto!». Lo scambio di idee nel Pd, complice il caldo torrido, si fa vivace, col presidente Orfini che accusa la minoranza di voler «smontare il Pd» e l'ex capogruppo Speranza che replica che è colpa di Renzi. Mentre Felice Casson, reduce dai trionfi veneziani, attacca sul fronte Azzollini: la libertà di coscienza data dal Pd è «un errore politico, giuridico e sociale, vogliono tutelare la casta».

Del resto lo dicono in molti: il non voto di ieri in Senato e lo sgambetto di giovedì con cui la minoranza Pd ha mandato sotto il governo sulla Rai, segna una sorta di punto di non ritorno, uno spartiacque nella vita interna del partito.

Il voto di quell'emendamento è un segnale un po' «corleonese», come la testa di cavallo che nel film Il Padrino viene infilata nel letto di chi si vuol ricattare. Il fronte anti-Renzi del Pd fiuta il sangue, capisce che il premier è indebolito e che il rischio di essere trascinati al voto (e non ricandidati) da Renzi si allontana, e dunque perde i freni inibitori e minaccia apertamente il premier: o fai come ti diciamo noi, o a Palazzo Madama ti crivelleremo di colpi (parlamentari, al momento) finché non molli. Obiettivo immediato del fronte dalemian-bersaniano: svuotare la riforma del bicameralismo, reintroducendo il Senato elettivo (e dunque garantendosi più seggi) e aumentandone i poteri di condizionamento sul governo. Obiettivo di più lungo termine: riprendersi il partito, anche a costo di perdere il governo. In questo clima salta ogni diplomazia. Se il braccio destro di Renzi, Luca Lotti, era stato feroce coi senatori rivoltosi, accusandoli di aver assestato una «vigliacca pugnalata alle spalle», la risposta che gli ha dato ieri il dalemiano lombardo Paolo Corsini lo supera di slancio: «Tal Luca Lotti, insigne statista del bigliardino, chiama vigliacchi i senatori del Pd che non hanno votato la delega sulla Rai. Fa il suo lavoro di mazziere: la perfetta incarnazione di quel servo che ubbidisce illudendosi di comandare. Non c'è da stupirsi: da subito applica la lezione appresa alla mensa di Verdini». Roba da rissa al saloon, dopo intense libagioni.

Il viceministro Antonello Giacomelli, che ha la delega alle Comunicazioni e la responsabilità dell'iter della legge sulla governance Rai, stuzzica con notevole perfidia il civatiano Corradino Mineo, e i suoi trascorsi da lottizzato Rai: «Per dare una idea sulla riforma Rai: Minzolini e Mineo votano contro, Sergio Zavoli a favore. Tutto torna», twitta. Come dire: ai due ex direttori della tv di Stato di nomina politica la proposta di Renzi non piace, al padre nobile del giornalismo tv invece sì. E un altro senatore della maggioranza Pd, Franco Mirabelli, incalza: «Mineo annuncia il voto contrario alla Riforma Rai perché a suo dire perpetua la lottizzazione. L'unico direttore Rai scelto per merito è stato lui!». Il prode Mineo replica piccato: «Non l'unico per merito, ma uno di quelli scelti quando c'erano personalità come Curzi e non burocrati di partito». E pazienza se Sandro Curzi, brillante direttore del Tg3, era stato a sua volta indicato dal Pci. Anche Benedetta Tobagi, nominata nel Cda Rai da Bersani - e che sperava in una proroga, ma sa che non verrà riconfermata da Renzi - spara a zero sul premier: «Vuole solo a rafforzare il controllo dell'esecutivo sulla tv pubblica, Renzi sta nei Tg più di Berlusconi quando era premier». Il renziano Michele Anzaldi, membro della Vigilanza Rai, si dice «allibito» per gli attacchi al governo della consigliera uscente: «Un'avversione che va anche oltre la polemica politica, si fa fatica a comprendere con quale equilibrio Tobagi abbia esercitato il suo mandato di amministratrice del servizio pubblico».

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