Tre giorni di tregua, un incontro al Cremlino, un lungo pranzo d’affari e poi Kiev. La diplomazia americana prova a riaprire uno spiraglio nella guerra russo-ucraina, ma dietro i gesti distensivi restano intatti i nodi che da mesi impediscono qualsiasi accordo. Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino Steve Witkoff e Jared Kushner, gli emissari di Donald Trump arrivati a Mosca con una proposta per mettere fine al conflitto. Con loro, al tavolo, Yuri Ushakov e soprattutto Kirill Dmitriev, il potente capo del fondo sovrano russo, ormai uno dei principali canali di comunicazione tra Mosca e Washington.
Putin ha definito la situazione «non certo semplice». Un messaggio realistico, quasi gelido: il Cremlino è disposto a parlare, ma non a dare per scontato un compromesso. Il primo effetto concreto del vertice è arrivato sul terreno. Putin ha ordinato di non colpire Kiev per tre giorni, a partire dalla mezzanotte, proprio mentre gli emissari americani si preparano a trasferirsi nella capitale ucraina. Zelensky ha risposto annunciando che anche l’Ucraina è pronta ad astenersi dagli attacchi contro Mosca fino a lunedì, chiedendo reciprocità. Una tregua limitata, dunque, non un cessate il fuoco generale. Ma politicamente significativa: per la prima volta da tempo Mosca e Kiev accettano almeno una pausa legata direttamente a un’iniziativa diplomatica americana. Zelensky oggi incontrerà Witkoff e Kushner a Kiev. «Siamo pronti per una conversazione significativa», ha fatto sapere il presidente ucraino. Ma il punto sarà capire quanto sia realmente compatibile la proposta americana con le condizioni poste dal Cremlino.
Perché il problema è sempre lo stesso: il territorio. Putin vuole che qualsiasi accordo riconosca la realtà prodotta dalla guerra e, in prospettiva, le rivendicazioni russe sul Donbass e sulla Crimea. Per Mosca il riconoscimento delle conquiste territoriali è parte integrante del prezzo della pace. Per Kiev è invece una linea rossa: trasformare l’occupazione militare in un riconoscimento politico significherebbe, agli occhi ucraini, legittimare la perdita di territorio. È qui che si misurano i pochi passi avanti compiuti dalla diplomazia americana. Il canale è aperto, i colloqui riprendono, ma le posizioni strategiche restano molto lontane.
E c’è un secondo negoziato, meno visibile ma altrettanto importante. Witkoff, Kushner e Dmitriev hanno trascorso oltre tre ore in un pranzo d’affari in un ristorante di Mosca. La presenza di Dmitriev dice molto sul contenuto della discussione. Accanto alla guerra c’è infatti la partita sul dopo-guerra: sanzioni, energia, investimenti e possibile riapertura dei rapporti economici fra Russia e Stati Uniti. Non significa che sia già stato raggiunto un accordo sulla revoca delle sanzioni. Ma Mosca vuole chiaramente che la normalizzazione economica entri nel prezzo complessivo di un’intesa. E Washington sembra interessata a capire quali incentivi economici possano accompagnare un eventuale accordo politico.
È la diplomazia del giorno dopo che comincia a prendere forma mentre quella del giorno presente cerca ancora di fermare i missili. La missione di Witkoff e Kushner è quindi un test su due tavoli. A Mosca devono capire quanto Putin sia disposto a muoversi. A Kiev devono verificare quanto Zelensky possa accettare senza trasformare la pace in una resa. La tregua fino a lunedì è il primo banco di prova. Se reggerà, potrà diventare un segnale. Se salterà, sarà la conferma di quanto sia ancora profonda la distanza.
